It Sims to be real.
Ho sempre avuto una certa attrazione nei confronti dei videogiochi.
Non parlo degli scatoloni plippanti in fila nei bar, quelli col volante incorporato per giocare a ginogino pilotino, o quelli dei mongodraghetti che vomitano bolle e lanciano gridolini con la voce di Garfunkel.
Per dire: io ho iniziato da piccola con un Commodore 64.
Una goduria.
Dovevi impararti a memoria tutti i comandi: LOAD, RUN, RETURN; aspettare almeno dieci minuti per caricare un menu, e altri dieci che il dischetto girasse (il drive andava a mulini a vento) per poi sperare che tutto filasse liscio, senza impallarsi mortalmente per colpa di un pulviscolo (PARATAC – scccrrr – PARATAC – scccrrr – PARATAC).
C’erano quei giochini meravigliosi tipo Mr. Mephisto, Wonder Boy, Maniac Mansion e poi quello bellissimo dove un tizio correva sullo schermo e lasciava cadere uno alla volta gli strati del panino: pane, sottiletta, pane, salame ungherese, pane, formaggio coi buchi, pane, culatello di Zibello, pane, etc., mentre dei minacciosi porri giganti gli correvano dietro cercando di ucciderlo.
Comunque, poi ho smesso.
Il Commodore è stato defenestrato dalle Finestre di Bill Gates, e tutto è diventato più facile, più prevedibile, più noioso.
Adesso il computer è una cosa seria, una cosa da grandi. Chi vuole giocare ora deve comprarsi una PlayStation, o un X-Box, o un criceto russo.
Però poi è successo che un mio amico mi ha dato un cd, e dentro c’era The Sims.
Funziona così: tu ti inventi dei personaggi, gli costruisci una casa, gliela arredi, gli trovi un lavoro e ti gestisci i loro soldi. Poi resti a guardare.
Osservi la spazzatura che dopo un’ora sprigiona pixel di puzza, guardi le piantine che si seccano se non chiami il giardiniere, e se sei fortunato una di queste notti ci scappa pure il ladro che cerca di fotterti la tv al plasma.
Ovviamente, i tuoi omini hanno anche dei sentimenti: devono divertirsi, riposarsi, socializzare, innamorarsi, studiare, andare in palestra, farsi il bagno, farsi la doccia, farsi la vicina…
Cinque giorni c’ho passato, davanti a quegli omuncoli iperattivi.
Poi ho smesso, perché mi è venuto in mente che stavo diventando peggio di quelli che comprano Stream per guardare 24 ore di Grande Fratello.
- Si è svegliato Vito?
- No, dorme ancora. Ma Mariadele sta già facendo colazione.
- Davvero? Con quale marca di biscotti?
- Scema, lo sai che è a dieta. Solo gallette e succo di pompelmo, da 13 giorni.
- Sì, ma così non fa gradimento… Va là che giovedì la Mariateresa me la nomina…
Così ho smesso, dicevo.
Ma una cosa mi è rimasta, di quel giochino voyeristico.
Gli omini avevano dei rettangolini, sopra la testa. Come le colonnine del termometro, però colorate.
E queste colonnine indicavano il loro status: fame, sonno, noia, amicizia…
Si alzavano e si abbassavano a seconda di quello che facevano: andavano a dormire e la mattina dopo il riposo era al massimo, parlavano col vicino e saliva l’amicizia, facevano i pesi e aumentava l’autostima, ma scendeva il riposo.
E così via.
Beh. Il fatto è che da quando ho scoperto questa cosa, non riesco più a liberarmene.
Tutte le attività della mia giornata mi appaiono come giochini a punti, che fanno salire o scendere i miei livelli caratteriali.
Vivo con una colonnina di status sopra la testa.
Tipo: vado da Jean Louis David ed esco coi capelli viola.
- 20 punti.
Il mio fidanzato mi regala una rosa alta come un bambino.
+ 50 punti.
Mia madre mi telefona.
- 30 punti.
Il cameriere mi porta olive verdi giganti insieme al Gin Tonic.
+ 40 punti.
Il mio capo mi dà la busta paga.
+ 70.
Apro la busta.
- 120.