A me mi non si dice ma però è più meglio.
La nostra società non è basata sul lavoro.
Non è basata sulla famiglia, né tantomeno sulla Chiesa cattolica.
La nostra società è basata sullo studio.
Non fai in tempo a nascere che già ti infilano un grembiule e ti inculcano sulla schiena uno zaino scoliotico con dentro tutto il peso del futuro.
E’ l’inizio: da lì partono anni anni anni anni anni di voti, righelli, temi, esami, libri usati, banchi scomodi e derivate, che se ci penso ancora mi sento male.
E intanto le tue spalle si curvano, e i tuoi occhi si consumano.
Alle medie c’è un residuo anarchico che insinua: passa la terza, e vaffanculo scuola dell’obbligo.
Ma poi che fai? Passi una vita a sentirti ignorante?
Tutti si aspettano che tu prenda un diploma. Almeno quello, dai.
E ti spari altri cinque anni. Così, d’inerzia.
Ma poi che liberazione, il giorno che esci dall’orale di maturità e te ne vai raggiante con un dito medio bello dritto nella tasca.
Ah, no. Stavolta non ci casco. Son mica scema.
Basta così, grazie.
Sì, eh? Prova a lavorare per un anno.
Ormai la laurea tutti la vogliono e tutti la cercano.
E se Laura non c’è, al massimo vai a fare la commessa viaggiatrice o la signorina della Telecom, quella del “se desidera parlare con un operatore digiti 7”.
Niente di male, ci mancherebbe.
Ma quando qualcuno ha distribuito i caratteri, a te è capitata quella bella, ingombrante dose di ambizione, e va a finire che un giorno la diplomata si ritrova a discutere con la sua coscienza.
Coscienza: ehi, dì un po’. Sei proprio sicura di voler passare tutta la vita a vendere spazzole?
Tu: Cosa? Chi sei? E poi io non vendo spazzole!
Coscienza:certo, certo. Eppure io lo so che non sei contenta…
Tu (piagnucolando): no, non è vero.
Coscienza (comprensiva): su, avanti. A me puoi dirlo…
Tu: beh, a dire il vero…
Coscienza: a-ah! Lo sapevo! Tu sei infelice! Sei insoddisfatta del tuo lavoro, vivi in una città che odi, non hai mai imparato a guidare e hai pure un molare cariato!
Tu: ma che ca… Senti, ma vedi un po’ dove…
Coscienza: ok, ok. Scusa. Dimmi cosa ti piacerebbe fare.
Tu: beh… Mi piace scrivere…
Coscienza: bene. Senti qua: adesso ti colleghi a Internet e ti cerchi una bella università che ti perm
Tu: università? Io? Ah ah. No guarda, ti sbagli di grosso. Non ho proprio inten
L’anno dopo abiti svariati chilometri più a nord, e ti ritrovi a scongelare cibo precotto la sera prima del primo esame.
Primo di una serie interminabile.
Così interminabile che a –20 cominci il conto alla rovescia, senza considerare che ne hai dati solo cinque.
E dopo tre anni, più povera fuori e non proprio milionaria dentro, succede.
L’ultimo esame.
Superato.
L’ultimo.
Ultimo davvero, questa volta.
Sei al settimo cielo. Telefoni ai parenti, mandi e-mail ai professori del liceo, porti i pasticcini in ufficio.
Poi ti rilassi, sorridi e – con una punta di commozione – pensi a quello che ti dicevano i tuoi amici laureati, e che tu negavi sempre.
Dicevano: “Vedrai, adesso non vedi l’ora di finire, ma poi ti mancherà l’idea di aprire libri, seguire lezioni, dare esami”.
“Macché!”, commentavi ogni volta.
E loro a insistere: “Vedrai, vedrai…”.
Beh, una cosa vorrei dire a quelle persone, adesso che ho finito per davvero.
Col cazzo, che mi manca.