Se non hai nulla da scrivere, scrivi del nulla.
Certe mattine sembrano fatte apposta per mettere parole fra te e il mondo.
Hai tanta voglia di vederle che le vedi, diafane nell’aria del dopopioggia, pulviscoli di senso che evaporano dalle cose cui appartengono, ma sempre troppo lontano dalla tua ispirazione.
Ti scivolano dalle dita come perline di mercurio, trattengono il loro nome come fosse un segreto appallottolato nella pancia.
Neve che cade, cade e non attecchisce. Che non fai in tempo a vederla morire che quella già non è più.
E la goccia che lascia non è più bianca, e non è più neve.
Quando hai tanta voglia di scrivere che vorresti inventarti tu il tuo alfabeto, scrivere pagine e pagine di ideogrammi nuovi, combinare linee e curve e punti e suoni che nessuno saprà mai leggere, nemmeno tu.
Ma che però sono bellissimi.
Quando hai l’anima in paralisi, che vorresti dire e non hai voce, correre e non hai gambe, suonare e non hai tasti.
Così tanta voglia che non puoi fare a meno di incazzarti, spingere, incastrare, accoppiare lettere con rabbia, forzare frasi in matrimoni senza amore.
Conti i quadratini della tastiera, e ti chiedi come facevi le altre volte, come facevi a creare tanto senso usando così pochi segni.
E allora via, cerchi il resto. Cerchi quello che vuoi dire negli interstizi, nei buchi fra un tasto e l’altro, ché magari il tuo scrivere c’è caduto in mezzo, mentre eri distratto.
Quand’è così, bisognerebbe avere il buon gusto di lasciar stare, di lasciar dormire quello che è in letargo. Di fare autocritica e ammettere che davvero non c’hai un cazzo da dire, anche se muori dalla voglia.
E invece, come ogni volta, ci ricaschi.
Scrivere di niente si può scrivere, per carità. Ma il brutto è che il niente, in quanto niente, è infinito.
Puoi prenderlo in un punto qualsiasi ma non sai mai dove inizia, né dove finisce.
Devi essere brusco, prendere le forbici e tagliare il filo a caso.
ZAC! E lì cominci.
ZAC! E lì ti fermi.