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Chew

 

martedì, 05 ottobre 2004


La quiete durante la tempesta.
Attenzione: post speculare.


Ho ventitre anni.
A diciannove sono andata via dalla città carnivora che mi ha dato da mangiare. Ho lasciato un mare d’acqua per un mare di vita.
Mi sono trasferita nella succursale italiana del sogno americano, portandomi dietro il mio ego e un retino per farfalle.

Sono stata diversi personaggi di Walt Disney: la Sirenetta che lascia il mare per muoversi con le sue gambe, Cenerentola che lavora per partecipare al grande ballo, Biancaneve che si perde e si rifugia dagli autoctoni, Alice che si meraviglia per la fretta del Coniglio e la pazzia del Cappellaio.

Adesso tocca alla Bella Addormentata.

Ho dato esami con la foga della laurea, e a sei mesi dalla fine non ho più voglia di finire. Ho fatto uno stage per diventare junior, per diventare senior, per diventare ricca. Ma nel baratto del Metropoli il mio tempo libero non vale il Parco della Vittoria, così sto ferma un turno e chiudo le trattative con lo stacanovismo.

Ho preso la rincorsa, ma non per arrivare in cima. Mi piace correre.

Come all’ippodromo, con i cavalli golosi che galoppano per una carota appesa davanti agli occhi. Io la mia carota non ho voglia di mangiarla. Mi basta averla davanti, sapere che esiste.
Finché quella carota sarà un buon motivo per correre, farò di tutto per non raggiungerla.

Come quel libro che divori le pagine e arrivato alle ultime prendi parole col contagocce. L’ultimo sorso di vino che indugia alle soglie della gola, l’ultimo boccone di torta che lasci sciogliere sul palato, l’ultimo bacio prima del mattino, che sciacqua la voglia e sa già un po’ di ricordo.

Non c’è fretta, non c’è calma.
Voglio correre piano, turbinare nel vortice con le pantofole ai piedi e una tazza di tè in mano. Rubare gli istanti nel mezzo, quelli tra un’azione e l’altra, sminuzzando il tornado in istanti di immobilità.

Un fermo immagine della velocità.

Ché la carota, a mangiarla, poi non c’è più gusto.


Un uomo cammina sotto una pioggia battente. Tiene in mano un ombrello, chiuso.
Un tizio lo vede e gli dice: "Ehi, ma perché non apri l'ombrello? Non vedi che sta diluviando?".
L'uomo lo guarda e risponde: "Lo vedo. Ma non mi piace essere al limite delle mie possibilità".










masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:44 -