Baby boom.
Di tutte le attività che la condizione umana adulta rende indispensabili ai fini della sopravvivenza (sfornellare viveri precotti o surgelati, appiattire abiti con metallo caldo, spruzzettare liquidi pulenti al mandarino selvatico), quella che reputo più insidiosa è andare a fare la spesa.
I supermercati non sono altro che luna park di cellophane per vecchi e bambini, entrambi resi eccitabili dalla mancanza di sesso.
Io, non avendo questo problema, guardo sempre con sospetto ai contenitori di contenitori.
Inizio ad agitarmi già nel parcheggio. Mi avvicino sospettosa. Poi scorgo le fauci scorrevoli e mi prende il panico dell’ebreo ad Auschwitz.
Malauguratamente, c’è sempre qualcuno che mi convince a entrare.
Di solito la necessità di nutrirsi è un’ottima argomentazione.
Varco la soglia e mi trovo di fronte decine di corsie al neon, una gamma cromatica che manco alla Marangoni, e mille vocine che cercano suadenti di irretirmi.
Prodotti. Orgasmi in polvere in un’orgia di codici a barre.
Calorie unte o cremose in velate trasparenze; detersivi così efficienti che invece di lavare fanno direttamente da consulente di immagine; biscotti che occhieggiano ammiccando “tarallo goloso…”; cereali tostati, soffiati, ricoperti, ripieni, farciti e laccati.
Ma il peggio – il peggio – è il reparto frutta e verdura.
Un vero tempio al rito eretico.
Tasti l’ortaggio con un guantino da ortodontista, lo pesi e gli appiccichi addosso il suo prezzo. E magia! Lo hai trasformato in merce.
Sei il Frankenstein dei consumi.
Prendi un peperone, lo tocchi e già non è più un peperone, ma un codice 45 reparto 18, un euro e quindici centesimi.
Come fai a non sentirti in colpa? Stai rubando l’innocenza alla natura!
Poi a volte, la natura si prende una rivincita.
Pomeriggio festivo, ipermercato di Città Ospite, reparto frutta.
chinaski: che ne dici di un melone?
chew: rotondo, arancione, pieno di semi.
chinaski: simpatica. Oh, oh! Guarda: e quello cos’è?
Si avvicina a una cassetta colma di palloni da rugby apparentemente commestibili.
Sul cartellino: “cocomero baby”.
Il feticista che è in me decide che devo assolutamente mangiarlo.
chew (piagnucolando): me lo compri? Eddai, me lo compri? Eddai, eddai, edd…
chinaski: se serve a farti smettere.
chew: sì, sì!
Prende un sacchetto e ripone gentilmente il piccolo sul fondo.
Alza il sacchetto.
Il sacchetto si rompe.
Baby non si scompone di un centimetro.
Chinaski scompare e poi torna con un sacchetto rinforzato.
chinaski: ok. Adesso io tengo aperto il sacchetto. Tu prendi il cocomero e lo butti dentro.
Prendo un baby, lo alzo sul baratro e lo lascio cadere a peso morto.
Io e Chinaski lo osserviamo al ralenti mentre sfonda il sacchetto rinforzato e si schianta sul pavimento, aprendosi un canyon sul fianco.
chinaski: e adesso?
chew: fai finta di niente e avvolgilo. Sii naturale.
Arriviamo alla cassa con aria colpevole, sudando freddo.
La cassiera guarda baby, lo fa rotolare sul nastro e lo ripone lieve sul resto della spesa.
Sospiriamo e usciamo soddisfatti con baby in braccio.
Appena fuori, troviamo un bidone e lanciamo il botolo con rabbia.
Un bidone metallico, completamente vuoto.
Acceleriamo il passo mentre il boato fa accorrere i passanti.