Ho notato che esiste un momento nella carriera di un blogger in cui non si può fare a meno di scrivere un tipo di post particolarmente in voga: il post fenomenologico.
Il meccanismo è piuttosto semplice: si sceglie una categoria, se ne elencano i rappresentanti e si stila una rassegna delle loro caratteristiche distintive, esagerandole fino al grottesco per mettere in moto il meccanismo comico.
Quei post in cui si scrivono in grassetto i vari idealtipi, separandoli uno a uno da una diligente interlinea e chiamandoli con nomi particolarmente divertenti, siano essi persone, ortaggi o medicine per la tosse.
Per capirci, il genere di post che trovi nel blog di quello lì che comincia per X§ e finisce con §a.
E quindi, visto che anch’io voglio un blog di tendenza, ho deciso di scrivere la mia
Fenomenologia dei candidati a un noto premio tecnico della pubblicità.
Ah ah ah. Vi ho impressionato, eh?
In realtà, le cose stanno così: è successo che il mio capo doveva fare la giuria di questo concorso, però aveva talmente poca voglia che piuttosto restava a casa con un’enterocolite e Alda d’Eusanio.
Allora ci ha mandato me, spacciandomela per un’esperienza fantastica.
Ma questo lo sappiamo solo io e voi, perché da fuori la cosa appare più o meno così:
Amica: oggi pranziamo insieme?
Chew (sbadigliando): uhm… no, oggi non ci sono… Devo fare la giuria del [noto premio pubblicitario]…
Amica: ma dai! Figata!
Dicevamo.
Prima di tutto, devo fare una precisazione, riguardo alla composizione della giuria. Nel senso che i giurati, in realtà, sono le stesse persone che vengono premiate.
Nel senso.
I candidati al [noto premio pubblicitario] , già che sono lì, si mettono anche a votare i lavori degli altri. Semplicemente, devono (dovrebbero?) tracciare un simpatico trattino e astenersi dal votare le pubblicità realizzate da loro. Questo solo dopo aver offerto il caffè a tutti quelli seduti vicino.
Per cui, immaginate questo stanzone con tante sedie e persone munite di cartelletta, annual e penna biro, che si scrutano, votano e leccano il culo, tutto contemporaneamente.
Io ero l’unica che non doveva mettere trattini, ché per me è non è ancora tempo di vincere premi.
Così avevo la serenità mentale per fare una tipica carrellata antropologica da blogger.
L’ORGANIZZATORE AGITATO. E’ un concentrato di ogni possibile tic e difetto di pronuncia: ha la erre moscia, la esse stanca e la effe umida. Ha organizzato tutto alla perfezione già da un mese, e accoglie i giurati con sincera commozione, cercando di dimostrare a tutti che, pur essendo un notaio, è perfettamente in grado di organizzare un evento. Dobbiamo tutti cercare di consolarlo quando l’impianto dolby iper mega theatre comprato apposta per l’evento rifiuta di accendersi.
LA SPEAKER FRUSTRATA. Ha circa quarant’anni, e ormai la chiamano solo per le pubblicità del Tena Lady e di Famiglia Cristiana. Ha fondato il Movimento Contro Il Maltrattamento Degli Speaker (MCIMDS). Si lamenta per la scarsa creatività dei creativi e in sala di registrazione litiga con il fonico perché lo spumino del microfono non è abbastanza spumoso. Per sicurezza, gira sempre con un mini mixer nella borsetta.
L’ACCOUNT ELEGANTE. E’ l’unica che sorride. E’ vestita e truccata da account, calza scarpe che vanno contro le leggi della fisica e un maglioncino strategico che mostra l’effetto del push up solo ai potenziali clienti e ai presidenti delle agenzie più grandi della sua. Cerca di attaccare bottone con tutti, scambiando numeri di telefono e bigliettini da visita. Tutte le sere, prima di dormire, recita un passo del suo manuale di relazioni pubbliche.
IL FONICO METALLARO. Lo si riconosce dal tipico effluvio di chi si lava solo a secco. Ha più di cinquant’anni, 70 centimetri di capelli, 5 piercing (di cui uno nascosto) e almeno 9 tatuaggi. Il suo modello di vita è Drugo Lebowski. Da giovane montava l’audio prima dei concerti, poi ha smesso dopo essersi rotto per la sesta volta il crociato.
IL DOPPIATORE DIVO. Si definisce attore in attesa dell’occasione. In realtà, basta guardarlo in faccia per capire che l’occasione giusta non arriverà. Si veste accuratamente con vestiti trasandati, sbagliando gli abbinamenti perché fa molto artista. Si perde in lunghi aneddoti sulle sue ore piccole, le sue sbronze e le sue numerose ex fidanzate, impostando la voce per esaltare le sue capacità recitatorie. In realtà è gay, astemio e quando è da solo si veste Armani.
IL GIOVANE COPY. Ex primo della classe al liceo classico, per anni ha scritto lettere d’amore alla sua insegnante di latino. Ha un gatto di nome Dostoevskij, che tutti in casa chiamano Fuffi. Nella sua agenzia è odiato da tutti: è il primo ad arrivare e l’ultimo a uscire, scrive sempre cinque versioni di ogni frase e presenta le bodycopy su una carta profumata all’essenza di rosa. Ovviamente vince il primo e il secondo premio, poi corre da Feltrinelli a festeggiare.
In chiusura, vorrei precisare che ho inventato tutto: tutti i personaggi descritti sono stati creati dalla mia fantasia.
Quindi, se per caso qualcuno di voi dovesse riconoscersi fra le righe, è pregato di convincersi che non esiste.
Ma Pippo Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città.
Quando avevo otto anni, d’inverno, un pappagallino mi si è schiantato sul balcone.
Uno di quelli piccoli e domestici, tutto azzurro con la testa bianca, infreddolito, spaventato e un po’ rincoglionito dall’urto.
“Sarà scappato da una casa del quartiere”, aveva detto mio padre infilandolo in un retino per cavedani.
Da quel giorno, quel batuffoloso esserino entrò a far parte della famiglia. Eravamo tutti stupiti dalla sua intelligenza, di quanto in fretta imparasse a salire sul dito teso, farsi il bagno in una tazzina, bere caffellatte e mangiare biscotti quando facevamo colazione, dire il suo nome, imitare il telefono, volare da noi quando lo chiamavamo.
Per nove anni è stato l’animale domestico perfetto. Ci era venuto il dubbio che fosse un essere umano. O che i pappagalli fossero una razza superiore venuta a dominarci.
Era impossibile non adorarlo.
Così quando è morto, distrutti dal dolore, ne abbiamo subito preso un altro.
Comprato, stavolta. Siamo andati in un allevamento di pappagalli (si, esistono) e ne abbiamo scelto uno, anche lui azzurrino. Fresco di uovo, così da poterlo ammaestrare sin da uccellino.
Pippo, lo abbiamo chiamato.
Ebbene, Pippo è l’essere vivente (o quasi) più stupido che io abbia mai incontrato.
Tanto per cominciare, non ha mai imparato a stare in piedi. Forse ha un handicap, chi lo sa. Sta di fatto che le sue zampe sono sempre mollemente piegate, così che Pippo cammina strofinando sulla superficie pancia e coda, come una grossa lumaca pennuta.
In più, manco a dirlo, in sei anni nessuno è riuscito a mettere nel suo insulso cervellino una sola parvenza di ammaestrabilità.
Pippo caga dove capita, starnazza come una gallina, scaraventa miglio fino a venti metri di distanza, vola vicino a letali fonti di calore, rischia di annegare ogni volta che si lava e adora cibarsi di oggetti non commestibili.
Inoltre, Pippo ha un altro grosso problema. Sempre a causa della sua menomazione, Pippo ha serie difficoltà nell’attività che invece dovrebbe caratterizzarlo: il volo.
Sarà che è storpio, sarà che la sua pancia sembra quella di un camionista alcolizzato, sarà che le sue lacune cerebrali gli precludono calcoli sulle distanze e le altitudini, ma il punto è che ogni volta che Pippo si slancia (si fa per dire) protendendosi in posizione da decollo, noi dobbiamo fermarlo, per evitare che la morte lo colga sotto forma di parete, spigolo, o cestello della lavastoviglie.
Ma voi capirete, non è facile badare a un volatile stupido.
Così, capita a volte di distrarsi, come è successo quest’estate, e di assistere a uno dei numeri più esilaranti che un uccello possa compiere (almeno finché parliamo di animali).
Pippo si tende nella posizione “freccia nell’arco”. Mia madre lo vede, ma è troppo tardi.
Madre: Pippo! Nooo!!!
Flap flap…
Madre: vieni qui. Piano… piano…
Flap flap flap flap…
Madre: ecco, bra… No, no… Pippo, non
Flap-flap-flap-flap-flap-flap-flap-flap…
Madre: No, Pippo! Attento al
FLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFL
Forno.
Non mi guardare, per carità.
E’ da un anno che faccio quella strada tutte le mattine, e lui l’ho visto sempre. Tutti i giorni, anche quando piove, anche d’estate, anche quando tutti gli altri cambiano angolo, o scendono in metropolitana, o fanno di finta di avere un lavoro e di farsi le ferie in famiglia.
Lui, invece, sempre lì.
Avrà nemmeno cinquant’anni. Faccia nordica, accento che potrebbe essere russo. Ovviamente, non ha una gamba. E questo spiega perché ogni mattina lo trovi nello stesso punto a tendere il piattino.
Che a contarli, probabilmente è il sesto elemosinaio che incontri da quando sei uscito di casa. Però lui te lo ricordi, o almeno io sì.
Il fatto è che ha un suo stile. Una certa dignità, anche. Non cantilena, non si lamenta, non tiene in braccio un cartone con le foto dei figli. Lui è lì, tutte le mattine, e quando passi ti fa una specie di inchino, ti dice “buongiorno, signorina”, e sorride.
Per qualche mese è andata così: io passavo, lui mi salutava e io ricambiavo. Poi, se avevo qualche spicciolo, glielo davo. Tanto che alla fine mi riconosceva.
Lui: buongiorno, signorina.
Io: ciao.
Lui: come stai?
Io: bene, grazie.
Lui: buona giornata, signorina.
Tutti i giorni, per almeno sei mesi.
Poi ad agosto vado in vacanza, smetto di fare quella strada.
A settembre, quando torno, succede una cosa strana. Che io non ho più voglia di passare lì davanti.
Non so bene perché, ma la sua gentilezza all’improvviso ha iniziato a irritarmi.
Immagina di camminare e di avere la luna storta, o di aver dormito male, o semplicemente di avercela col mondo. Poi giri l’angolo e vedi un uomo senza una gamba che chiede l’elemosina. E ride.
Beh, non so tu, ma io mi sentivo una merda, a vedere lui così felice mentre io ero incazzata perché il bar aveva finito le brioche al cioccolato.
Morale: ho iniziato a cambiare strada. Facevo un giro incredibile, tipo quindici minuti invece di due, solo per non sentirmi in colpa quando lui – raggiante – mi avrebbe detto “buongiorno, signorina!”.
Sono andata avanti così per due mesi. Poi però adesso comincia a fare freddo, e non c’è più la scusa di allungare un po’ il percorso per farsi una passeggiata.
Così, ieri sono tornata alla vecchia strada, e alle vecchie abitudini.
Esco dalla metro, e mi dico “massì, chissenefrega”. Giro l’angolo, e da lontano lo vedo. Sempre nello stesso punto, con lo stesso sorriso e lo stesso inchino.
All’improvviso mi prende il panico, vorrei tornare indietro. Invece mi sposto tutta a sinistra e cerco un passante che mi copra. Niente.
Cammino guardando a terra, ma lui si avvicina. Dice: “buongior…” Poi si ferma. Dice: “Ah”.
Non ho alzato lo sguardo, ma immagino la sua espressione di delusione, nel vedermi nascondere vigliacca. Quel suo “ah” secco, come un rimprovero, come “ah, guarda chi c’è, quella che fa finta di non conoscermi. Vergogna”.
E ha ragione. Come potrebbe capire che il mio non è disprezzo ma imbarazzo?
Poi ho pensato che uno di questi giorni potrei trovare in tasca qualche spicciolo e fermarmi.
Io (sorridente): ciao.
Lui: …
Io (avvicinando la moneta): ecco, tieni…
Lui(scuote la testa): no… No, grazie.
Scappellamento a destra.
Al contrario di quello che succedeva per le strade, la metropolitana oggi era intasata di persone frettolose, impigliate nelle loro urgenze.
Tutte lì a spintonare, cercare di aggrapparsi, chiedere “permesso, permesso, che devo scendere in Sant’Agostino”.
E Cadorna, al solito, è lo sfogo naturale di questa fiumana in moto perpetuo. Ognuno il suo passo per trascinare la mandria verso la luce, conquistarsi un piede sul gradino della scala mobile, sgusciare talloni dalle scarpe di quello che è davanti.
Che li guardi, ti ci guardi in mezzo, e pensi che niente e nessuno potrebbe fermarli.
Oggi, dicevo, c’era questa ondata frettolosa di metropasseggeri ansiosi di riaffiorare davanti all’ago&filo.
L’autista frena, si aprono le porte, “Cadorna-fermata-Cadorna” e tutti giù, pronti alla maratona, come sul colpo di uno starter.
La banchina ondeggia di teste, cappotti, montoni, borsette, carrozzine. Tutti stretti dentro il collo di un imbuto, che probabilmente se uno sveniva lo schiacciavano sotto il peso degli impegni, e lasciato lì in attesa che Chididovere se ne occupasse.
Poi, circa a metà percorso, vedo che invece tutto il torrente di corpi si sposta su due rive, tipo Mosè che divide le acque. Solo che non c’era Mosè, e nessuno era svenuto.
Non c’era niente di spettacolare, nessuno fermo a guardare. Semplicemente, le persone arrivavano in quel punto, e si facevano da parte.
Quando sono arrivata anch’io al bivio, ho guardato per terra, e ho visto un cappello. Uno di quei berretti lanosi che qualche anno fa piacevano tanto al dottor Stranamore. Un cappello grigio, sfuggito dalle mani di un frettoloso infreddolito.
Però, capisci? Il bello è che nessuno voleva calpestarlo. Piuttosto pressavano il vicino, o urtavano le panche. Ma nessun piede finiva su quel cappello.
E non era mica una buccia di banana, che stai attento a non fare la figura di Paperino. Non era nemmeno proprietà di qualcuna di quelle persone. Che ti importa di camminare sopra un pidocchioso cappello che non è tuo?
Forse perché le persone erano tante, sulla banchina, e invece di cappello c’era solo lui. Forse dipende da quello che fanno gli altri. Se tutti si scansano, allora anche tu.
Magari il primo che è sceso dal treno dopo lo ha preso in pieno. Anche apposta, per il gusto del morbido sotto la suola. E allora tutti dietro di lui, ad affondare i tacchi. Bambini, signore, vecchietti. Ché un cappello non dice niente, i piedi in testa se li fa mettere in silenzio.
Però pensavo: se anche solo per due minuti un cappello riesce a imporsi su decine di persone, allora forse siamo ancora troppo vicini alle scimmie, per definirci la forma di vita più evoluta.
Non so, però io ce l’avevo davanti, e mi sono spostata.
It Sims to be real.
Ho sempre avuto una certa attrazione nei confronti dei videogiochi.
Non parlo degli scatoloni plippanti in fila nei bar, quelli col volante incorporato per giocare a ginogino pilotino, o quelli dei mongodraghetti che vomitano bolle e lanciano gridolini con la voce di Garfunkel.
Per dire: io ho iniziato da piccola con un Commodore 64. Una goduria.
Dovevi impararti a memoria tutti i comandi: LOAD, RUN, RETURN; aspettare almeno dieci minuti per caricare un menu, e altri dieci che il dischetto girasse (il drive andava a mulini a vento) per poi sperare che tutto filasse liscio, senza impallarsi mortalmente per colpa di un pulviscolo (PARATAC – scccrrr – PARATAC – scccrrr – PARATAC).
C’erano quei giochini meravigliosi tipo Mr. Mephisto, Wonder Boy, Maniac Mansion e poi quello bellissimo dove un tizio correva sullo schermo e lasciava cadere uno alla volta gli strati del panino: pane, sottiletta, pane, salame ungherese, pane, formaggio coi buchi, pane, culatello di Zibello, pane, etc., mentre dei minacciosi porri giganti gli correvano dietro cercando di ucciderlo.
Comunque, poi ho smesso.
Il Commodore è stato defenestrato dalle Finestre di Bill Gates, e tutto è diventato più facile, più prevedibile, più noioso.
Adesso il computer è una cosa seria, una cosa da grandi. Chi vuole giocare ora deve comprarsi una PlayStation, o un X-Box, o un criceto russo.
Però poi è successo che un mio amico mi ha dato un cd, e dentro c’era The Sims.
Funziona così: tu ti inventi dei personaggi, gli costruisci una casa, gliela arredi, gli trovi un lavoro e ti gestisci i loro soldi. Poi resti a guardare.
Osservi la spazzatura che dopo un’ora sprigiona pixel di puzza, guardi le piantine che si seccano se non chiami il giardiniere, e se sei fortunato una di queste notti ci scappa pure il ladro che cerca di fotterti la tv al plasma.
Ovviamente, i tuoi omini hanno anche dei sentimenti: devono divertirsi, riposarsi, socializzare, innamorarsi, studiare, andare in palestra, farsi il bagno, farsi la doccia, farsi la vicina…
Cinque giorni c’ho passato, davanti a quegli omuncoli iperattivi.
Poi ho smesso, perché mi è venuto in mente che stavo diventando peggio di quelli che comprano Stream per guardare 24 ore di Grande Fratello.
- Si è svegliato Vito? - No, dorme ancora. Ma Mariadele sta già facendo colazione. - Davvero? Con quale marca di biscotti? - Scema, lo sai che è a dieta. Solo gallette e succo di pompelmo, da 13 giorni. - Sì, ma così non fa gradimento… Va là che giovedì la Mariateresa me la nomina…
Così ho smesso, dicevo.
Ma una cosa mi è rimasta, di quel giochino voyeristico.
Gli omini avevano dei rettangolini, sopra la testa. Come le colonnine del termometro, però colorate. E queste colonnine indicavano il loro status: fame, sonno, noia, amicizia…
Si alzavano e si abbassavano a seconda di quello che facevano: andavano a dormire e la mattina dopo il riposo era al massimo, parlavano col vicino e saliva l’amicizia, facevano i pesi e aumentava l’autostima, ma scendeva il riposo.
E così via.
Beh. Il fatto è che da quando ho scoperto questa cosa, non riesco più a liberarmene.
Tutte le attività della mia giornata mi appaiono come giochini a punti, che fanno salire o scendere i miei livelli caratteriali.
Vivo con una colonnina di status sopra la testa.
Tipo: vado da Jean Louis David ed esco coi capelli viola. - 20 punti.
Il mio fidanzato mi regala una rosa alta come un bambino. + 50 punti.
Mia madre mi telefona. - 30 punti.
Il cameriere mi porta olive verdi giganti insieme al Gin Tonic. + 40 punti.
Il mio capo mi dà la busta paga. + 70.
Apro la busta. - 120.
L’eterno mascolino.
Nel mio ufficio non ci sono donne.
Oggi un’illuminazione di passaggio mi ha rivelato che l’unanime virilità di questa stanza è la risposta a un sacco di domande che non mi sono mai posta, prioritaria.
Parlo di tutta una serie di mutazioni che ho sperimentato nei dieci mesi che sono qui ad assorbire testosteroni.
Per esempio, l’abbigliamento.
Nei primi mesi lavoravo fieramente femmina in tubini attillati, gonnine fru-fru e stivali appuntati col temperamatite. Se proprio volevo sembrare trasandata, mi vestivo da segretaria.
Poi c’era il maquillage: palpebre sfavillanti, labbra lucenti e ciglia lunghissime, che se facevo un occhiolino, a Trieste c’era bora per tre giorni.
E i capelli! Boccolosi che manco un puttino di Michelangelo e soffici come una tortina paradiso.
Mi sembra ancora di vedermi, a ticchettare sorridente, fotocopiare compita, brieffare suadente.
Poi, il declino.
Le unghie sono state le prime ad essere sacrificate, ché ogni volta per scrivere dieci righe ci mettevo quattro ore.
Da lì è partito il progressivo, ineluttabile abbruttimento.
Per svegliarmi più tardi ho detto addio a belletti, ombretti, rossetti e boccoletti.
Subito dopo è toccato ai tacchi, ché non mi andava ogni giorno di sfilarmi da tutti i fottuti sanpietrini di foro Bonaparte.
Cambiano le scarpe, e con loro i vestiti. Che adesso io e il mio capo potremmo fare a cambio, e nessuno lo noterebbe.
Addio postura, ovviamente. Niente gambina accavallata, ma un unico blocco ad angolo ottuso infossato nella poltrona, o ingobbito sulla tastiera. Niente più mignolino svettante dal bicchiere, anzi, niente più bicchiere, ma bocca incollata al collo di bottiglia.
Ho iniziato a ridere sguaiatamente, dormire accasciata sulla scrivania, sbadigliare a trentadue denti, ammatassarmi i capelli con l’elastico degli esecutivi e parlare come si addice a un bravo carpentiere ateo della Cappadocia.
Ma soprattutto, addio minuscoli tupperware infarciti di carni anemiche o depresse insalatine.
Questo è il passaggio più snaturante della mia insita condizione di donna.
Per dire: oggi sono stata dagli account della porta accanto. La porta account, diciamo.
Tutte donne. Sfortunatamente, donne in pausa pranzo.
Magretta: mi passi due granelli di non-sale per condire i pomodorini biologici?
Graciluccia: sì, tieni. Vuoi assaggiare i miei broccoletti ripieni di potassio e crema antirughe?
Fragilina: ciao, Chew! E’ da un po’ che non ti si vede! (sventola una zucchina in filigrana)
Chew: già.
Magretta: pranzi con noi? Se non sbaglio c’è un cuore di carciofo in piu. Puoi anche mangiarlo tutto.
Chew: no, ti ringrazio. Pranzo con Abrif.
Graciluccia (bloccandomi sulla porta): e comunque, ti trovo in forma…
Esco chiedendomi a quale forma si riferisse.
Dieci minuti dopo sono l’unica donna al mio tavolo. Il tavolo di Burger King. Passo la mano su una goccia d’olio all’angolo della bocca, la lecco e per la prima volta penso seriamente all’ipotesi di licenziarmi.
A me mi non si dice ma però è più meglio.
La nostra società non è basata sul lavoro. Non è basata sulla famiglia, né tantomeno sulla Chiesa cattolica.
La nostra società è basata sullo studio.
Non fai in tempo a nascere che già ti infilano un grembiule e ti inculcano sulla schiena uno zaino scoliotico con dentro tutto il peso del futuro.
E’ l’inizio: da lì partono anni anni anni anni anni di voti, righelli, temi, esami, libri usati, banchi scomodi e derivate, che se ci penso ancora mi sento male.
E intanto le tue spalle si curvano, e i tuoi occhi si consumano.
Alle medie c’è un residuo anarchico che insinua: passa la terza, e vaffanculo scuola dell’obbligo.
Ma poi che fai? Passi una vita a sentirti ignorante? Tutti si aspettano che tu prenda un diploma. Almeno quello, dai.
E ti spari altri cinque anni. Così, d’inerzia.
Ma poi che liberazione, il giorno che esci dall’orale di maturità e te ne vai raggiante con un dito medio bello dritto nella tasca.
Ah, no. Stavolta non ci casco. Son mica scema. Basta così, grazie.
Sì, eh? Prova a lavorare per un anno.
Ormai la laurea tutti la vogliono e tutti la cercano. E se Laura non c’è, al massimo vai a fare la commessa viaggiatrice o la signorina della Telecom, quella del “se desidera parlare con un operatore digiti 7”.
Niente di male, ci mancherebbe.
Ma quando qualcuno ha distribuito i caratteri, a te è capitata quella bella, ingombrante dose di ambizione, e va a finire che un giorno la diplomata si ritrova a discutere con la sua coscienza.
Coscienza: ehi, dì un po’. Sei proprio sicura di voler passare tutta la vita a vendere spazzole?
Tu: Cosa? Chi sei? E poi io non vendo spazzole!
Coscienza:certo, certo. Eppure io lo so che non sei contenta…
Tu (piagnucolando): no, non è vero.
Coscienza (comprensiva): su, avanti. A me puoi dirlo…
Tu: beh, a dire il vero…
Coscienza: a-ah! Lo sapevo! Tu sei infelice! Sei insoddisfatta del tuo lavoro, vivi in una città che odi, non hai mai imparato a guidare e hai pure un molare cariato!
Tu: ma che ca… Senti, ma vedi un po’ dove…
Coscienza: ok, ok. Scusa. Dimmi cosa ti piacerebbe fare.
Tu: beh… Mi piace scrivere…
Coscienza: bene. Senti qua: adesso ti colleghi a Internet e ti cerchi una bella università che ti perm
Tu: università? Io? Ah ah. No guarda, ti sbagli di grosso. Non ho proprio inten
L’anno dopo abiti svariati chilometri più a nord, e ti ritrovi a scongelare cibo precotto la sera prima del primo esame.
Primo di una serie interminabile.
Così interminabile che a –20 cominci il conto alla rovescia, senza considerare che ne hai dati solo cinque.
E dopo tre anni, più povera fuori e non proprio milionaria dentro, succede.
L’ultimo esame.
Superato.
L’ultimo.
Ultimo davvero, questa volta.
Sei al settimo cielo. Telefoni ai parenti, mandi e-mail ai professori del liceo, porti i pasticcini in ufficio.
Poi ti rilassi, sorridi e – con una punta di commozione – pensi a quello che ti dicevano i tuoi amici laureati, e che tu negavi sempre.
Dicevano: “Vedrai, adesso non vedi l’ora di finire, ma poi ti mancherà l’idea di aprire libri, seguire lezioni, dare esami”.
“Macché!”, commentavi ogni volta.
E loro a insistere: “Vedrai, vedrai…”.
Beh, una cosa vorrei dire a quelle persone, adesso che ho finito per davvero.
Col cazzo, che mi manca.
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