Comprate il mio Grazie.
Settimana scorsa ero alla Feltrinelli a vedere Pennac.
Ecco. Già questo.
Vai a vedere uno scrittore.
Uno scrittore si legge. Al massimo gli si scrive. Ma che senso ha per lui farsi vedere?
Come fa uno che è famoso perché scrive a intrattenere cinquanta persone andate per “vederlo”?
Che fa lì, in bella mostra sul palco? Prende carta e penna e comincia a scarabocchiare virtuosismi parolai inventati sul momento? Si mette a improvvisare l’inizio di un romanzo, o un piccolo racconto per celebrare la serata?
Che senso ha, guardare uno scrittore?
Beh, comunque io sono andata a vedere Pennac.
E Pennac, siccome è abituato che la gente gli occhi li fissa sulle sue frasi, e non sulla sua faccia, si è portato dietro Claudio Bisio.
Uno da guardare.
Tanto che alla fine ci s’è messo pure lui, Pennac, a guardarlo. Ci ha dato le spalle, s’è appoggiato al suo muro e s’è tolto dalla vista, per guardare il suo libro letto da un altro.
Ora, questa cosa del libro.
Lui l’ha chiamato “Grazie”, ma quello che c’è dentro è tutta negazione del titolo. Dentro leggi di uno che sta su un palco, gli danno un premio, ma poi lui proprio non ha voglia, di ringraziare gli sconosciuti che gliel’hanno dato.
Dice che dobbiamo smetterla, di lanciare grazie ai pincopalli come fossero noccioline per le scimmie.
- come stai? - bene, grazie.
- faccio due etti? - sì, grazie.
- la sua macchina è in divieto di sosta. Devo multarla. - oh sì, grazie.
Un giorno un lettore di Pennac si avvicina a Pennac, e lo ringrazia.
Pennac: grazie di che?
Lettore: di aver scritto quel romanzo. Grazie.
Beh, lui lo ha disprezzato, quell’ammiratore estasiato. Perché leggere – dice – è una questione di solitudini.
La solitudine di chi legge che incontra la solitudine di chi ha scritto. Non esistono lettore e scrittore. Solo parole lette e parole scritte. In solitudine, ognuno con i suoi interessi.
Beh, tutto questo per dire che il giorno prima Pennac era a Genova.
Stesso giro, stessi discorsi, stesso Bisio che si fa guardare.
Solo che a Genova, dopo due ore di lettura, di disprezzo per i grazie, di libro sul tizio che si smarona per un premio, dopo tutta questa crociata di Pennac che si gira l’Europa per dire quanto odia queste cose – dopo tutto questo – a Genova, un assessore sale sul palco, stringe la mano al nemico giurato della gratitudine, e gli consegna un premio.
Un premio, come nel libro.
Vallo a capire, cosa gli è passato per la testa a quello che ha deciso di dare quel premio proprio a quello scrittore, proprio per quel libro.
Magari non l’ha manco letto, quel “Grazie”. Ha visto il titolo e ha pensato fosse per lui, per tutti i lettori, un omaggio lusingato e commosso che meritava di certo un “prego”.
O magari era questione d’urgenza, di farlo allora, o mai più.
Consigliere: signor assessore, ci sarebbe questo premio… Dovevamo darlo a Pennac già l’anno scorso, ma era prima delle elezioni e la vecchia giunta ha deciso che era meglio la Tamaro…
Assessore: è un cazzo di problema, Fido. Proprio adesso che ha scritto quel libro… Non vorrei rendermi ridicolo…
Consigliere: ma Sire, quando ci ricapita Pennac proprio qui, proprio a Genova? Magari non viene più, smette di scrivere, o magari muore, chi lo sa?
Assessore: ma sì, va’. Ormai la targhetta l’abbiamo fatta. Vorrai mica sprecarla, quella è laccata d’oro…
Ma a me invece piace pensare che fossero tutti consapevoli. Tutti tranne Pennac.
Una specie di scherzo, come dire: “Ah sì, eh? Vediamo se c’hai il coraggio di fare il cafone. Vediamo come te la cavi, se al posto della penna in mano ti mettiamo davvero un premio. Vediamo se sei sul serio così stronzo come dici, o se un “grazie” a noi ce lo concedi.”
Così, sottovoce… Appena un bisbiglio…
Colpo di fulmine. (scritto da Chinaski77)
È stato un colpo di fulmine, questo è sicuro. Io e Chewingum camminiamo lungo una corsia di un ipermercato, e a un certo punto lei si blocca, io mi blocco. Quei suoi occhi color grigio-verde-azzurro-acqua si bagnano di emozione, e la bocca si apre impercettibilmente. Io mi guardo attorno spaventato, cercando il motivo di tale sgomento. E lo vedo, il motivo. Rudolph. Una renna di peluche natalizia, in tutta la sua bruttezza. Grassa, infeltrita, impagliata in una posa plastica assolutamente ridicola. Costa otto euro, ed è chiaro a tutto il mondo che si tratta di un furto vergognoso. Ma non a Chewingum, evidentemente. Si fionda intenerita tendendo le braccia, prende Rudolph e lo mostra:
Chew: guardalo! Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto? Chinaski: no. Chew: ma senti quanto è paffuta! Chinaski: è una renna cicciona.
“Renna cicciona”, per un qualche motivo psicologicamente oscuro, fa saltare l’ultima resistenza.
Chew: la voglio.
Io cerco disperatamente di convincerla che quella stupida, piccola, renna sintetica, probabilmente è anche tossica. Chewingum non mi ascolta, e nel frattempo le preme un bollino rosso sulla pancia. Parte una versione isterica di Jingle bells, irritante come una zanzara notturna.
Chew: una volta comprata, potremmo aprirla e togliere la suoneria.
Pur gongolando all’idea di sventrare l’animale posticcio, rimango perentorio, e costringo Chewingum a posare la renna.
Durante il ritorno, in macchina, Chewingum sembra avvilita. Andiamo a cena e non beve, non mangia. Per tutto il tempo, non proferisce parola, tranne “renna”. E “cicciona”.
Impietosito, decido di proporle un patto. Se dopo una settimana vorrà ancora la sua renna cicciona, allora torneremo a comprarla. Da lì, parte il conto alla rovescia. Non passa giorno senza che Chewingum mi ricordi almeno una volta la mia promessa. Almeno una volta, per dire una ventina.
Sabato mi compri la renna? Sabato mi compri la renna? Sabato i compri la renna? Sabato mi…
Sabato torniamo al supermercato, e le compro la dannata renna.
Ora, non so quanto tempo abbia. Un paio di settimane, forse. Se ne sta sempre sul comodino in bella mostra, o sul tavolo, o sul frigorifero. Ogni volta che Chewingum la vede, corre a coccolarla. E le parla. Fanno lunghi monologhi infarciti di lallazioni. Ogni tanto, la renna suona.
Ecco, cara Chewingum. Ti ho scritto queste righe perché ritengo sia arrivato il momento di dirti una cosa. Qualche giorno fa, stavo fumando una sigaretta. Avevo il posacenere lì accanto, vicino a Rudolph. Voglio dire… E’ stato un incidente. Posando la sigaretta, ho sfiorato la renna con la brace. Tu non hai idea di quanto bruci in fretta, un renna sintetica. Così, approfittando della tua assenza, mi sono fatto quei 75 chilometri buoni, e sono andato a comprartene un’altra, identica. Capirai la mia soddisfazione, vedendo che non ti sei accorta della differenza.

Le parole che non ti ho mai detto.
In non so quale Paese antantartico scavato nei ghiacci, si parla una lingua che contempla sei diversi modi per dire “neve”. Una parola per “neve fresca”, una per “neve quasi sciolta”, una per “neve quasi sciolta ma che se domani fa freddo torna solida”, eccetera.
Ora – sempre pensando ai sei modi per dire neve – chiudete gli occhi e immaginate di avere in mano un dizionario italiano dei sinonimi e dei contrari. Un piccolo, insignificante cubo tascabile che pesa al massimo quanto un criceto russo. Riuscite a vederlo?
Bene.
Ora vi chiedo un altro piccolo esercizio di immaginazione. Sempre a occhi chiusi, fate finta per un attimo di essere dei copywriter.
(N.B. Un copywriter – o copy, per chi è trendy – è l’unità minima e infima di quel presunto complotto che è la pubblicità. Per la precisione, il copywriter si occupa di mettere insieme testi, frasi, titoli di annunci. Tiene a bada le parole, insomma. Che non si allontanino troppo dalle immagini.)
Dicevamo: immaginate di essere un copy.
Per facilitarvi il compito, vi offro una spaccato di real life.
L’ultima volta che avete visto i vostri parenti, a metà della cena – fra il pollo al forno e i carciofini in pastella – vostra zia vi ha chiesto: “Dai, spiegaci un po’: qual è esattamente il tuo lavoro?”.
Improvvisamente, il boccone che avete in bocca diventa durissimo. Tutta la tavolata vi guarda, sorridente e curiosa, mentre quel maledetto avverbio, quell’”esattamente”, vi fa l’effetto di un’incudine in bilico sopra la vostra testa.
Mandate giù – rumorosamente – e mormorate: “Pubblicità. Faccio pubblicità”.
“Ma che bello!”, si esalta la zia.
“Ma io non ti ho mai vista in tivù”, ribatte scettica la cugina.
Sentite da lontano rumore di tsunami.
Voi (sapete che è arrivato quel momento): beh. Non è che vado in televisione a fare pubblicità. Quelli sono attori.
Cugina: e allora?
Nonna: fai i disegni dei cartelloni?
I “disegni” dei “cartelloni”. Questo è sufficiente per uccidere un art.
E a quel punto, avete due opzioni.
La prima: rispondere che voi SCRIVETE la pubblicità. Sentirvi sciorinare altre sei dozzine di domandone alle quali rispondere pazientemente, mentre il vostro pollo è resuscitato nel piatto per scappare a Ibiza e Pippo il cane ha mangiato l’ultima fetta di torta. La vostra.
La seconda ipotesi.
Voi: non è esatto, nonna. (Vi avvicinate cingendole le spalle con un braccio). Vedi, il mio lavoro consiste nell’elaborare payoff, headline e bodycopy, facendo brainstorming con un art director, basandomi sul brief che mi consegna l’account e restando fedele alla brand image e alla brand positioning del cliente.
“Cliente” è l’unica parola comprensibile per il vostro uditorio, e vi rammaricate di non averne trovato un sinonimo in pubblicitese.
Tornate a sedere e addentate soddisfatti il vostro pollo, nell’imbarazzante silenzio generale.
Bene. Ora aprite gli occhi.
Vi sentite un pochino più frustrati, vero?
Molto bene.
Allora ripensate ai lapponi che dicono “neve” in sei modi diversi.
Pensate di essere nel vostro ufficio pubblicitario, con un foglio word tracimante di frasi che da due settimane si sforzano di generare tutte le possibili varianti dei concetti BONTA’ e CONVENIENZA.
E ora ditemi: perché diamine nella nostra fottutissima lingua consumista esistono così poche parole per dire la stessa cosa?
Capo copy: allora, quei titoli? Hai trovato nuove alternative?
Chew: a dire il vero, sì. Pensavo a: “Supermercati ElleCorta: i prodotti più sgnaps ai prezzi più ciaps.”
Se non hai nulla da scrivere, scrivi del nulla.
Certe mattine sembrano fatte apposta per mettere parole fra te e il mondo.
Hai tanta voglia di vederle che le vedi, diafane nell’aria del dopopioggia, pulviscoli di senso che evaporano dalle cose cui appartengono, ma sempre troppo lontano dalla tua ispirazione.
Ti scivolano dalle dita come perline di mercurio, trattengono il loro nome come fosse un segreto appallottolato nella pancia.
Neve che cade, cade e non attecchisce. Che non fai in tempo a vederla morire che quella già non è più. E la goccia che lascia non è più bianca, e non è più neve.
Quando hai tanta voglia di scrivere che vorresti inventarti tu il tuo alfabeto, scrivere pagine e pagine di ideogrammi nuovi, combinare linee e curve e punti e suoni che nessuno saprà mai leggere, nemmeno tu. Ma che però sono bellissimi.
Quando hai l’anima in paralisi, che vorresti dire e non hai voce, correre e non hai gambe, suonare e non hai tasti.
Così tanta voglia che non puoi fare a meno di incazzarti, spingere, incastrare, accoppiare lettere con rabbia, forzare frasi in matrimoni senza amore.
Conti i quadratini della tastiera, e ti chiedi come facevi le altre volte, come facevi a creare tanto senso usando così pochi segni.
E allora via, cerchi il resto. Cerchi quello che vuoi dire negli interstizi, nei buchi fra un tasto e l’altro, ché magari il tuo scrivere c’è caduto in mezzo, mentre eri distratto.
Quand’è così, bisognerebbe avere il buon gusto di lasciar stare, di lasciar dormire quello che è in letargo. Di fare autocritica e ammettere che davvero non c’hai un cazzo da dire, anche se muori dalla voglia.
E invece, come ogni volta, ci ricaschi. Scrivere di niente si può scrivere, per carità. Ma il brutto è che il niente, in quanto niente, è infinito.
Puoi prenderlo in un punto qualsiasi ma non sai mai dove inizia, né dove finisce.
Devi essere brusco, prendere le forbici e tagliare il filo a caso.
ZAC! E lì cominci. ZAC! E lì ti fermi.
Avanti, Malaussène. Sia un buon capro.
La pioggia non serve a coprire le lacrime, come mi dicevano da bambina. La pioggia è il modo che ha la terra di scaricare su di noi la sua rabbia.
Ma se non sei il cielo, scaricare rabbia non è così facile. Oh sì, sarebbe bello, premere un bottone e defecare frustrazione, premerne un altro e pisciare rimpianti liquidi, o vomitare i rimorsi sullo stomaco.
Avere un termostato di aggressività, che tira giù nel cesso tutto il brutto dell’anima.
Ma no. Noi non possiamo piovere.
Nei libri di Pennac il protagonista è sempre un certo Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio. Va in giro a prendersi le colpe, a piagnucolare scuse come balsamo per i nervi degli altri, a schiacciare i bottoni di sfogo di tutti i rabbiosi.
E’ questo, il suo lavoro: recipiente di malumori. Masochista, ma efficace.
Ebbene, io penso che dovremmo tutti avere un Malaussène interno. Un bacino ben arginato per mettere in quarantena il veleno, per continuare noi a fischiettare e innaffiare di limpido il resto delle ore.
Oppure. C’è chi prova con i Malaussène esterni, quelli di passaggio. Fare sgambetti agli ignoti, umiliarli o strigliarli, prendere bene la mira della piaga e rigirarci per benino le unghie.
Come dire. Svegliarsi, andare in strada e.
E allora fottiti, vecchia decrepita che mi cammini davanti e mi fai perdere giri di lancetta. Stattene a casa a imputridire su una sedia a due ruote, se non sei più capace di vivere.
Si fotta il traffico di trombettisti trombaioli, tutti in fila a darsi calci in culo per arrivare prima in un posto che non vorrebbero mai raggiungere. Muovetevi, muovete le ossa sformate di lardo e la cellulite che vi ostruisce il cervello, e raggiungete la vostra Atlantide di naftalina.
Vai a farti fottere, puzzoso pezzente che tendi mani verso i sensi di colpa, che violenti un violino come se stessi grattando grana padano. Fanculo te e ai mocciosi che ti attacchi ai polpacci. Sei una famiglia povera? Piantala di usare preservativi bucati.
Si fotta il vicino, il condominio, la città, si fotta l’umanità intera.
Vi piacerebbe, eh? Picchiare a sangue tutti i Malaussène ignari che incontrate per strada.
Niente da fare.
Ché Malaussène esiste apposta per farvi uscire fuori la pietà, l’insapido insapore di prendersela con chi è più debole.
Siamo onesti: prendiamocela con quelli della nostra stazza. Prendiamocela con noi.
Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita.
Dalle casette a schiera di Astoria agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alphabet City alle case di pietra di Park Slope e a quelle a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare. Che gli incendi la distruggano. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi.
No, no. In culo a te, Montgomery Brogan. Avevi tutto e l'hai buttato via, brutto testa di cazzo.
Nel nome del padre, del figlio e dello stinco di santo.
In seguito al recentissimo successo editoriale di papa GP2, il vaticano ha deciso di rilanciare l’immagine della chiesa cattolica. Secondo un’indagine Nielsen, infatti, quasi l’80% della popolazione italiana giudica il cristianesimo “fuori moda” e “decisamente poco cool”.
“E’ tempo di dare una svolta alla nostra brand image”, ha affermato ieri in conferenza stampa il direttore marketing del Vaticano, “i dati parlano chiaro: bibbia, carità e buoni propositi non sono più strategicamente efficaci come una volta. Serve un posizionamento più in linea con i nuovi gusti del cliente”.
Così, pare che la Congregazione si sia rivolta a un autorevole team di pubblicitari ed esperti di comunicazione. Alcune delle proposte avanzate sono state subito scartate dal cardinale Martino, che si è dichiarato fermamente contrario all’uso di divani in pelle nelle chiese e di Oro Saiwa al posto dell’ostia sacra.
Anche l’idea di sponsorizzare l’abbigliamento ecclesiastico utilizzando la collezione primavera-estate di Roberto Cavalli si è scontrata con il disappunto del clero, che sostiene di non avere l’età né il fisico per celebrare messa in panta-jazz.
Per adesso, quindi, il gruppo di comunicazione strategica di Sua Santità si è limitato a puntare sui nuovi mezzi di comunicazione, diffondendo una versione beta di un semplice questionario, disponibile online sul blog di Sua Eminenza.
Si tratta di una form interattiva che mette alla prova la fede del fruitore, giudicando la gravità dei peccati e assolvendo i meritevoli, con una prescrizione personalizzata delle penitenze necessarie alla redenzione.
Eccone una demo in anteprima.
1) Hai mai ucciso il prossimo, figliolo?
a. Mai. (vai alla domanda 2) b. Solo una volta, ma era proprio uno stronzo. (vai alla domanda 7) c. Sì, e ne è valsa la pena. (vai alla domanda 8)
2) Hai mai rubato?
a. Perdindirindina, no! (vai alla domanda 3) b. Da piccolo, un pacchetto di caramelle all’emporio di mio zio. (vai alla domanda 7) c. Sì, ma ringraziando il cielo i conti in Svizzera mi coprono il culo. (vai alla domanda 8)
3) Hai mai desiderato la donna d’altri?
a. No, ho osservato castità fino al matrimonio e sono sempre stato fedele a mia moglie. (vai alla domanda 4) b. Sì, ma ogni volta mi chiudevo in bagno per resistere alla tentazione. (vai alla domanda 7) c. Mi sono fatto ripetutamente la moglie di mio fratello, e già che c’ero, pure sua figlia undicenne. (vai alla domanda 8)
4) Hai mai espresso pensieri razzisti?
a. Giammai: il vangelo insegna che dobbiamo amarci tutti come fratelli. (vai alla domanda 5) b. No. Pensa che il tizio che mi ha tatuato la svastica era negro. (vai alla domanda 8)
5) Dici spesso bugie?
a. Ogni tanto, ma poi corro a rimediare. (vai alla domanda 6) b. Porco quel bastardo, no! (vai alla domanda 8)
6) Da quanto tempo non ti confessi?
a. Dalla santa messa di domenica scorsa. (vai alla domanda 7) b. Da qualche mese. (vai alla domanda 7) c. E chi lo sa? Avrò avuto otto anni. (vai alla domanda 8)
7) Ti penti dei tuoi peccati, figliolo?
a. Moltissimo, nonostante le tre ore di cilicio. (vai alla domanda 8) b. E’ così importante? Ma sì, dai. (vai alla domanda 8) c. Mai, piuttosto brucio all’inferno. Ah ah ah. (vai alla domanda 8)
8) Cosa pensi del nuovo libro di Sua Santità?
a. Intimista e avvincente, ne ho già prese tre copie da regalare a Natale. (PROFILO A) b. Stavo giusto andando a comprarlo. (PROFILO B) c. Mai letto, e non ho intenzione di farlo. (PROFILO C)
PROFILO A Hmm… Troppo perfetto per essere credibile. Rifai da capo il test, questa volta senza barare. E non sbirciare le soluzioni.
PROFILO B Hai commesso degli errori, ma la tua chiesa professa il perdono e vuole riportare al grande gregge le sue pecorelle smarrite. Per essere assolto, recita tre Padre Nostro e corri in libreria ad acquistare il nuovo libro di Giovanni Paolo II.
PROFILO C Mi dispiace: cambia religione o saremo costretti a bruciarti vivo.
La quiete durante la tempesta. Attenzione: post speculare.
Ho ventitre anni. A diciannove sono andata via dalla città carnivora che mi ha dato da mangiare. Ho lasciato un mare d’acqua per un mare di vita. Mi sono trasferita nella succursale italiana del sogno americano, portandomi dietro il mio ego e un retino per farfalle.
Sono stata diversi personaggi di Walt Disney: la Sirenetta che lascia il mare per muoversi con le sue gambe, Cenerentola che lavora per partecipare al grande ballo, Biancaneve che si perde e si rifugia dagli autoctoni, Alice che si meraviglia per la fretta del Coniglio e la pazzia del Cappellaio.
Adesso tocca alla Bella Addormentata.
Ho dato esami con la foga della laurea, e a sei mesi dalla fine non ho più voglia di finire. Ho fatto uno stage per diventare junior, per diventare senior, per diventare ricca. Ma nel baratto del Metropoli il mio tempo libero non vale il Parco della Vittoria, così sto ferma un turno e chiudo le trattative con lo stacanovismo.
Ho preso la rincorsa, ma non per arrivare in cima. Mi piace correre.
Come all’ippodromo, con i cavalli golosi che galoppano per una carota appesa davanti agli occhi. Io la mia carota non ho voglia di mangiarla. Mi basta averla davanti, sapere che esiste. Finché quella carota sarà un buon motivo per correre, farò di tutto per non raggiungerla.
Come quel libro che divori le pagine e arrivato alle ultime prendi parole col contagocce. L’ultimo sorso di vino che indugia alle soglie della gola, l’ultimo boccone di torta che lasci sciogliere sul palato, l’ultimo bacio prima del mattino, che sciacqua la voglia e sa già un po’ di ricordo.
Non c’è fretta, non c’è calma. Voglio correre piano, turbinare nel vortice con le pantofole ai piedi e una tazza di tè in mano. Rubare gli istanti nel mezzo, quelli tra un’azione e l’altra, sminuzzando il tornado in istanti di immobilità.
Un fermo immagine della velocità.
Ché la carota, a mangiarla, poi non c’è più gusto.
Un uomo cammina sotto una pioggia battente. Tiene in mano un ombrello, chiuso. Un tizio lo vede e gli dice: "Ehi, ma perché non apri l'ombrello? Non vedi che sta diluviando?". L'uomo lo guarda e risponde: "Lo vedo. Ma non mi piace essere al limite delle mie possibilità".
Il mio computer ruba i post alle blogstar per darli ai poveri.
Se avete un blog, e siete davanti al computer con l’intenzione di scrivere, non leggete mai i post degli altri prima di aver messo online il vostro.
Scoprireste che tutto quello che avevate in mente è già stato scritto da un altro, esattamente cinque minuti fa e in un modo più originale e divertente del vostro.
Oggi avevo deciso di annoiarvi parlandovi del mio rapporto con le scarpe, in particolar modo dell’odio-amore che nutro nei confronti dei tacchi a spillo.
Entro fischiettando in ufficio, mi sgranchisco le dita pregustando il ticchettìo dei tasti e assaporo il dolce piacere di chi sta per immergersi in una piccola passione.
Poi mi dico, ignara dei rischi: “quasi quasi, mentre aspetto che il mac a vapore apra a spallate la finestra di word, do un’occhiata al blog di ***”.
Clicco e scopro che *** ieri pomeriggio ha postato il mio post. Il MIO post sui tacchi a spillo. Scritto da dio, per di più.
Delusa e affranta (e un po’ incazzata), tento di consolarmi con il fugace palliativo di uno shinystat. Cliccando a caso sulle opzioni, capito nella sezione “siti di provenienza e chiavi di ricerca”.
L’opzione POST_MODE_ON si attiva nei miei labirinti mentali, appena scopro che qualcuno è arrivato sul mio blog mentre era alla ricerca di:
- “calorie bastoncino findus” Dipende. Li cuoci o li mangi surgelati? - “costruire binari contro vibrazioni” Auguri. Se ce la fai, potresti usarli per tutto il tragitto del 2 da casa mia al Duomo? Grazie. - “frasi fatte per salutare chi va in pensione” Prova con “coraggio, ancora qualche anno e potrai tirare le cuoia”. - “sagra della fica” Cos’è, un piatto tipico? “A luglio, sagra della fica e della patata. I piselli non sono ammessi”. - “ho gli occhi” Oh, davvero? Posso toccarli? - “modi per mettere le unghie finte perfettamente” Unghie finte? Nah. Meglio un trapianto di falangette. - “fica de zingara” Ognuno ha i suoi gusti. Non perderti la sagra! - “udito rimedio no protesi” Vai in farmacia e chiedi una scatola di cotton fioc. - “campane che suonano nelle orecchie” A festa o a lutto? - “ho ucciso i conigli” Bene. Adesso tagliali e tienili in forno per venti minuti.
Ma che ci crediate o no, proprio mentre medito di scrivere un post sulle chiavi di ricerca, vado a spiluccare un blog a caso dall’aggregator, e capisco che non era un caso proprio per niente.
Indovinate un po’ cosa ho trovato? Uno spassoso post sulle chiavi di ricerca. Tutte più insensate e divertenti delle mie.
Nel frattempo, nel cervello di Chew…
Emisfero destro: diamoci una mossa, che ho voglia di scviveve.
Emisfero sinistro: e non rompere i coglioni. Sei bravo, tu: tutto il giorno a non fare un cazzo e darti arie da artista mentre io mi faccio il culo a ragionare, calcolare, concretizzare…
Emisfero destro: uff… cevto che sei pvopvio noioso… E pensa, e vagiona, e vazionalizza… Dovvesti vilassavti, godevti la vita…
Emisfero sinistro: e certo. Pensa pure a spassartela. A te l’alcol, a te le canne, a te tutti gli ormoni di prima scelta. Ma alla fine sono io che porto avanti la scatola cranica.
Corteccia: calma, ragazzi, calma. Eddai, non litigate.
Emisfero sinistro: è stato lui a cominciare. E poi non è colpa mia se tutto quello che gli viene in mente fa schifo. Guardi qui che roba.
Corteccia: hmm, questo è un bel problema. Bisogna farsi venire in mente qualcosa. Del resto, è pur sempre il nostro lavoro.
Emisfero sinistro: già.
Emisfero destro: …
Emisfero sinistro: …
Corteccia: …
Neurone di passaggio: ehi, se andate avanti così ci ammazzate tutti in un colpo! Dov’è il problema? Non sapete cosa scrivere? Andate sui blog degli altri, prendete le idee migliori e poi scrivete un post facendo finta di averle avute prima voi.
Emisfero sinistro: geniale…
Corteccia: grazie, ragazzo!
Neurone: prego, capo. Dovere.
|