L'eterno ritorno non sale mai sul treno.
Quella volta che vuoi a tutti i costi la Barbie Fiori di Pesco, e tua madre ti dice di no perché costa troppo e poi perché ne hai già diciotto, di Barbie, e usi sempre le stesse due.
Smetti di insistere, metti il broncio e pensi che un giorno te la farai regalare da qualcun altro e ci giocherai tutti i giorni, pure se poi ti stufi, per dimostrarle che sbaglia.
Il giorno che confessi alla tua prima cotta adolescenziale che sei pazza di lui e che vuoi a tutti i costi essere la sua ragazza, e lui ti dice di no perché Michela gliel’ha chiesto prima di te e perché ha le tette più grosse delle tue.
Lo mandi a cagare, attacchi il telefono e pensi che quando andranno via i brufoli e quei cinque chili in più tornerai da lui, bellissima e inarrivabile, e gli farai rimpiangere di averti rifiutata.
Il giorno che quella di italiano ti mette sei meno al tema migliore della tua carriera scolastica perché hai chiacchierato con Laura tutto il mese, così impari a stare zitta mentre lei spiega la differenza tra veristi e naturalisti.
La guardi rossa di impotenza, e nei tuoi occhi si legge che un giorno scriverai per mestiere, per telefonarle e dirle che evidentemente quella che si sbagliava non eri tu.
Il giorno che tua madre ti dice che il lavoro che hai scelto è al di sotto delle tue capacità, che dovevi fare un’università seria e scegliere un lavoro serio, come Ludovica che al liceo prendeva meno di te e invece adesso fa odontoiatria e da grande guadagnerà un patrimonio. Che il lavoro è lavoro: non deve piacerti, solo farti guadagnare. E più ti fa guadagnare, meglio è.
Tu non hai più voglia di spiegarle che non vuoi fare come fa lei, passare la vita a incidere tacche sui giorni da qui alla pensione. Pensi solo a quando diventerai direttore creativo, e le sventolerai davanti una busta paga che non è umida di lacrime, né sanguinante di rimorsi.
Quel giorno, il giorno del giudizio, quando tu sarai il dio che scatena gli angeli della vendetta, sciogliendo in rivincita gli orgogli incriccati e il dolore sotto sale. Il giorno in cui ti chiederanno scusa, ammetteranno che avevi ragione, si mortificheranno di averti mortificato.
Beh, quel giorno non esiste.
Il tempo va avanti, e quel momento pure. Si ferma solo per te, che fai progetti per il passato, si fissa nel tuo album di polaroid sovraesposte alla rabbia. Ma per tutti gli altri è solo uno dei tanti, identico al precedente, uguale al successivo.
Magari vivi anni interi per riscattare qualche secondo, passato per tutti tranne che per te. Però la vita non è un VHS. Non puoi riavvolgerla, metterla in pausa, mandarla avanti in forward o registrarci sopra un altro film.
Dopo vent’anni entri in un negozio per comprare un cavatappi, e ti trovi davanti un intero scaffale di Barbie da collezione. C’è anche la tua Fiori di Pesco. Ancora incartata, spumosa di chiffon e sorridente di immortalità.
Lei, che non è più lei. Perché tu non sei più tu. Perché adesso lo hai capito.
Che non puoi sovrapporre. Non puoi stipulare mutui con il futuro. Non puoi lanciare indietro il presente, ringiovanirlo e darlo in pasto al passato.
L’anima epilettica del commercio.
I commessi di Foot Locker sono giocosamente modificati.
Vengono designati con cura ancora prima di nascere. I genitori più adatti a generare il CdFL sono selezionati e sottoposti a una rigida serie di test, per essere certi di assemblare lo spermatozoo più guizzante con l’ovulo più mordace.
Durante la gravidanza, la gestante viene scrupolosamente stimolata, nonché sottoposta ad apposite terapie psicotelluriche, atte ad accentuare l’insita esuberanza dell’embrione.
Ogni giorno le vengono somministrate due ore di filmati preparatori: videoclip dei Gipsy Kings, corti amatoriali girati da eroinomani, tutte le puntate di Art Attack, riprese non-stop di Coccoluto live e, per chiudere, dieci minuti di Gioca Juer e trenino di capodanno.
In sala parto, l’ostetrica è un ex giocatore di rugby, e le infermiere sono tutte figlie di Hulk Hogan.
Il bimbo cresce in apposite scuole che lo educano all’iperattività, organizzando maratone di elettroencefalogrammi come saggio di fine anno. Al liceo, le pagelle sono un’analisi medica dei livelli di adrenalina e seratonina, con un bonus per tutti gli studenti positivi all’anti-doping.
Per non avere cali di energia durante il sonno, prima di andare a dormire i CdFL si somministrano corroboranti scariche di defibrillatore, e appena svegli fanno tre volte bunjee jumping dall’attico al marciapiedi sotto casa, per iniziare con grinta la giornata.
Bevono solo caffè corretto al Redbull, condiscono ogni pietanza con tabasco e salsa chili, e frequentano un numero di ragazze compreso tra 12 e infinito, per riuscire a soddisfare la loro prorompente vitalità.
Costanza, rigore e un pizzico di stupefacenti: è questo il segreto della loro perenne festosità.
Vedi in vetrina da Foot Locker un paio di scarpe che potresti prendere seriamente in considerazione. Un po’ timoroso, decidi di entrare.
Il negozio sembra vuoto. Ti dirigi con circospezione verso il collage di articoli sportivi, quando all’improvviso cadi nella sua trappola.
Un commesso, strategicamente nascosto dietro le tute acetate dell’Adidas, esce dall’imboscata e ti sorprende a ore dodici, facendoti sobbalzare.
CdFL (scodinzolando): EHI, CIAOOO! (I CdFL parlano sempre in maiuscolo.)
Chew: ehm. Ciao.
CdFL: ALLORA! DIMMI UN PO’! COME POSSO AIUTARTI? CERCAVI SCARPE? TUTE? CALZINI DI SPUGNA? BARRETTE ENERGETICHE? HAI VISTO CHE SCONTI SUI POLSINI DA TENNISTA?
Chew: no, io… Avevo visto quelle Puma ne
CdFL: RE CON IL BAFFO BIANCO! PEEEEERFETTO! CHE NUMERO HAI? TE LE PRENDO SUBITO SUBITINO SUBITISSIMO!
Chew: tren
CdFL: TASETTE, GIUSTO? EH EH, CHE GRAZIOSO, PICCOLO PIEDINO CHE HAI! STARANNO PROPRIO BENE QUELLE PUMA SUL TUO PIEDINO!
Chew(indietreggiando): già.
Sparisce in un vortice di polvere di stelle e riaffiora dal magazzino con l’espressione di una vedova calabra.
CdFL(inconsolabile): senti… le ho finite.
Chew(intenerita): ma no, dai, non preo
CdFL: CCUPARMI? MA NO! MI SONO PERMESSO DI PORTARTI SU ALTRE 20-30 SCARPE. E ANCHE UN FANTASTICO FELPINO ROSA.
Chew: odio il rosa. E poi siamo a luglio. Senti, sei molto gentile, ma ora devo andare.
CdFL: NONONONONO! GUARDA, TI OFFRO UN BICCHIERE DI OTTIMO GATORADE AL MANDARANCIO.
Chew(si allontana): …
CdFL: TI FACCIO UN MASSAGGIO AROMATERAPICO AI MALLEOLI!
Chew(esce dal negozio): …
CdFL (urlando in strada): PRENDI ALMENO IL MIO NUMERO DI TELEFONO!
La mala educaciòn.
Ridere della mia università è da vigliacchi.
Non perché sarà lei a cingermi di alloro e infondermi l’aura della laurea, non perché ci ho investito dentro giornate e buste paga, non per sputare nel piattume dove mangio, insomma.
Ridere della mia università è da vigliacchi perché non richiede il minimo sforzo.
Come giocare a scacchi con una Velina, rubare la salamella a un bambino o prendere in giro Giorgio Mastrota. Non si fa. Non c’è gusto.
Però oggi succede che torno in Uniavversità dopo un bel po’, e mi accorgo che va sempre peggio.
La mia università ha sei piani di scale mobili, che arrivata al secondo ti guardi in giro cercando il reparto intimo donna.
La mia università un giorno si è svegliata e ha sbattuto fuori un onesto libraio per mettere nel suo ufficio una stazione radio, che trasmette solo canzoni di Syria e Tiziano Ferro.
La mia università ha regalato una laurea a Lucio Dalla, una cattedra a Supplizio Costanzo e d’estate paga Joe T. Vannelli per farsi una pista dove farci ballare.
I corridoi della mia università sono la versione al coperto di Montenapoleone, ma con i manichini in movimento. Una volta ho visto in aula una ragazza che solo con le scarpe ci pagavi due anni di mutuo. A rubarle tutti i vestiti potevi anche scappare in Svizzera e vivere di rendita.
Agli appelli trovi Letterine mute che non sanno un’acca, PR che chiedono un 18 in cambio del pass per il depravé dell’Hollywood, professori che fanno origami con banconote che tu potrai avere solo tra anni di inflazione.
E poi c’è quella perenne atmosfera da happy hour. Una specie di ingenua spensieratezza, che ti sembrerebbe normale andare in mensa e trovarci dentro Puffo Golosone, o l’intero cast di Happy Days.
Praticamente, la versione trendy del regno di Oz.
Strada che costeggia l’università. Una Smart rallenta di fianco alla ragazza che mi cammina davanti. Il finestrino si abbassa.
Studentessa nella Smart (urlando): PUTTANAAA!!!
Studentessa a piedi (si gira, urlando): STRONZAAA!!!
Studentessa nella Smart : che cazzo ci fai qui?
Studentessa a piedi : minchia, ho passato economia. Vado a registrare.
Studentessa nella Smart : sali, che ti do un passaggio. Sei proprio una troia.
Il mondo è sempre in forma.
Gli uomini sono fatti per le linee rette.
Cammini sul marciapiede di punta, in pieno happy hour di lavoratori patinati. Giacca, cravatta e 24 ore di sovraproduzione.
Segui la corrente di un torrente a due corsie, e scopri che nessuna spalla si sfiora, nessuna borsa si struscia, nessun braccio si scontra.
Ognuno è diligentemente allineato nella sua traiettoria, equilibrio funambolo sul filo immaginario della linea casa-ufficio, o ufficio-casa, o ufficio-ufficio.
Che ti viene voglia di fargli uno scherzo. Scattare all’improvviso sull’asfalto del vicino e costringere tutti a scalare di un posto, accavallando vite, sfasando mete.
E poi.
Pianifichi anni come frecce verso il bersaglio; spari missili di promesse per la guerra fredda del futuro; attacchi alle giornate un navigatore satellitare, e all’occorrenza lasci tutto al pilota automatico.
Sottolinei un libro, e già i tuoi occhi vedono un millimetro più in là della grafite. Già sai dove andrà a finire il tuo scaffale di parole, quali sorreggere e quali far penzolare nel vuoto di un’interlinea.
Usiamo squadre e righelli, e quasi mai compassi.
Ché le curve in auto e le onde ci fanno vomitare, ché nessuna mano sa rotondeggiare un cerchio perfettamente rotondo, ché la testa gira mica a caso, ché il bilancio si fa quadrare, il ventre lo si vuole piatto e il fisico strizzato in una linea invidiabile.
E’ che a volte ci farebbe comodo, un mondo a scacchiera. Dove ognuno deve muoversi secondo il suo ruolo, ognuno può occupare una casella alla volta, e senza doverla spartire con nessuno.
Un mondo così, in balìa delle regole. Senza l’ansia di scegliere, né l’obbligo di pensare.
Senza accorgersi che l’uomo è parallelepipedo, ma il suo destino è fatto a sfera. Ti svegli la mattina, prendi un pennarello e ricalchi ignaro il tuo contorno spezzettato.
Vita= (anno x anno) x 3,14.
Se rinasco Totti mi iscrivo al Cepu.
Più di cinquanta studenti trasudanti terrore ammassati in una stretta aula al sapore di yogurt scaduto.
Trascinando spensierati i loro tre quarti d’ora di ritardo, entrano finalmente i due assistenti.
Appaiono alla porta guardandoci con l’occhio del macellaio davanti a un raduno di cerbiatti, brutti e trasandati, entrambi incattiviti da anni di subordinazione servile.
Una cosa subito mi è chiara: su nessuno dei due la mia scollatura strategica potrà mai sortire effetti. Non posso corromperli. Non prima di essere stata a Casablanca, almeno.
Il primo, il Peloia, è una copia unta di Bruno Vespa. Solo, vestito peggio. L’altro, il Tartaglia, è un balbuziente alto un metro e novanta. O almeno, sarebbe alto un metro e novanta, se non fosse che anni di sudditanza lo hanno ripiegato su se stesso come un tramezzino.
Nella lista sono la numero due.
La ragazza prima di me si siede, e dopo 2,5 minuti è in lacrime. Peloia la guarda impassibile, non fosse per quell’impercettibile movimento che gli curva in su gli angoli della bocca, specchio di uno sguaiato ghigno interiore.
Lo immagino mangiare bambini in un costumino di latex borchiato, mentre con un frustino procura piacere all’amico gobbuto.
Poi sento il mio nome.
Il Pelota mi vede alzare e si sfrega le mani. Già sente nelle orecchie il dolce suono dei miei singulti.
Mi siedo.
Lui sfodera la sua migliore espressione arcigna, e dice solo:
“le banche miste”.
Zac. Ora lo immagino lanciacoltelli in un circo, per il solo gusto di usare la modella come puntaspilli.
Chew: le banche miste appaiono con la nascita in Italia delle prime imprese. Si caratterizzano per
Peloia: imprese? Aziende, industrie o imprese?
Ma porcozio, dov’è il problema? Ti serve un otorino?
- come ti chiami? - Giovanni. - hmm. Giovanni? Sicuro? Ernesto, Giuseppe o Giovanni?
Chew: imprese.
Peloia: sì, continui.
Chew: dicevo. Le banche miste appaiono con la nascita in Italia delle prime IMPRESE e si diff…
Peloia: cioè precisamente quando?
Ma cristiddio! Cos’è, hai le emorroidi al sistema nervoso?
Chew (sconcertata): beh, fine ottocento - inizi novecento.
Peloia: fine ottocento o inizi novecento?
Mi arriva da lontano la sigla di SuperMike.
Chew: fine ottocento.
Peloia: un po’ di più.
Chew: inizi novecento?
Peloia: un po’ meno.
Chew: 1880.
Peloia: di più.
Chew: 1890.
Peloia: ancora un po’.
Chew: …
Peloia: la data esatta è 1891, signorina.
Non ho parole.
Peloia: ma passiamo oltre. Mi parli di Luigi Einaudi.
Il primo ministro dei miei neuroni afferra velocemente l’Enciclopedia Universale della mia conoscenza, accarezzando con l’altra mano il pulsante per l’autodistruzione.
Faccio l’inventario e mi configuro l’unico pensiero mai cogitato a proposito. La frase è: “non è necesario che studi la parte su Einaudi”.
Doh.
Sono alla frutta. Peggio. Sono al digerstetz del giorno dopo.
Poi, improvvisa, l’illuminazione.
Appare in una nuvoletta il faccino della mia amica Chiara B., che un giorno mi parlò del noto fanatismo politico di Peloia.
Mi giro, e vedo un eskimo poggiato sulla sua sedia. Immagino nel suo portafogli la tessera del partito e icone votive di Che, Mao e un proletario qualunque.
Ce l’ho in pugno.
Chew: beh, la politica di Einaudi fu importante soprattutto come rimedio ai G R A V I S S I M I D A N N I causati dalla passata politica fascista…
Peloia si illumina e mi fa continuare, beandosi per mezz’ora del mio opportunismo.
Poi mi ferma e pronuncia un numero.
Prendo il mio libretto, mi alzo soddisfatta. Ho vinto.
Peloia 4 – Chewingum 26.
A tempo perso.
Il mattino luccica nelle pozzanghere, sentenziandone la morte per evaporazione.
Lui pigia il pulsante della sveglia con la mano pesante di routine, proprio mentre l’Altro, lassù, combina il fattaccio.
(L’Altro non è proprio Dio, o un dio. Però la maiuscola gliela devo. Perché comunque sta lassù, intreccia i gomitoli del tempo e fa tutte quelle cose che di solito fa un dio. Ma siccome l’imperfezione non si addice a una divinità, e l’Altro è tutt’altro che perfetto, allora beh.)
Lui biascica un’occhiata al sole, ciabatta in bagno, si lava distrattamente e poi sciacqua via ogni residuo onirico della sua notte corta.
Si infila la camicia blu sfilata dalla collezione di camicie blu. Colore aziendale. Moda dittatoriale, regime cromatico. Sempre lo stesso tono, tutti i giorni tranne uno dai trentatre anni che guida autobus per il comune.
Si infila la camicia sfilata dal suo monocromo armadio e inizia ad abbottonarla. E arrivato in cima, si accorge di aver saltato un’asola. Risulta chiaro, infatti, che Bottone Due si è illecitamente accoppiato con Asola Tre, generando un perverso scambio di coppie sul suo petto.
Ma la cosa strana per davvero è che proprio mentre lui gracchia un’originale bestemmia, l’Altro si distrae, intreccia i fili e commette lo stesso errore. Salta un anello della catena.
Se ne accorge subito, che ha sfasato la trama. Sgrana gli occhi e pensa che il Capo si sarebbe davvero arrabbiato, se solo un Capo esistesse. Meccanicamente è lo stesso errore. Solo che nel secondo caso le asole sono ore e i bottoni sono vite.
E adesso la vita di lui è completamente sconquassata. E che può fare l’Altro? Interrompere tutto per fermarsi a disfare la maglia? Troppo tardi: ormai la cerniera del tempo si è assestata.
Tutto irrimediabilmente incongruente. Porco io, pensa il non-dio del tempo.
E allora lui adesso viaggia in controtempo. A dire il vero, non credendo nelle coincidenze, lui si accorge subito che c’è qualcosa di storto. Ma non avrebbe mai capito che quel qualcosa era lui. Non per ora, almeno.
Prima di tutto, quella rincoglionita della sua vicina di casa. “Ancora tutto quel chiasso, signor Roland? Lo sa che io ho bisogno di riposare. Tutto quel rumore, tutte le notti…” “Buona giornata anche a lei, signora Lembard. Non mangi limoni già a quest’ora.” “Eh?”
Se la lascia dietro, con quella sua scia di naftalina e gli occhiali da nonna papera appuntati sul flosciume delle gote.
“Ma quando si decide a crepare, quella vecchia avvizzita?” pensa.
Clank.
Trademark.
Sony Ericsson mi sveglia alle sette e mezzo.
Scosto Bassetti, mi siedo su Permaflex e infilo due De Fonseca.
In bagno strofino Oral B con sopra un po’ di AZ.
Sento in cucina il richiamo di Bialetti, che si fa scaldare su un trono infuocato di Ariston e AEM.
Verso Lavazza e Dietor nella Ginori, poi aggiungo Parmalat e faccio tuffare un paio di Mulino Bianco.
Fa freddino: sopra Diesel infilo Benetton e poi Levi’s.
Sector sostiene che è già tardi, così muovo Puma & Puma giù in strada, e salgo al volo su ATM.
Al lavoro, Mac raccoglie idee, mentre Telecom continua a distrarmi.
Mangio Spizzico e Algida, poi torno a poltrire su IKEA imbrattando Moleskine con Bic e Tratto Pen.
E’ già sera quando mi ritrovo davanti Absolut e Lemonsoda, aspirando Philip Morris e stuzzicando qualche Saclà.
A casa accendo Olidata ed esploro il WWW con Microsoft e Alice.
Prima di dormire, l’aroma di un Twining’s e il diletto di un Durex.
Poi spengo Thomson, chiudo gli occhi e sogno Valtur.
E poi ci troveremo come blogstar.
Il vero problema di Chinaski è che è davvero Chinaski.
Quello che scrive di sé, della sua vita e dei suoi amici non è un’invenzione letteraria, ma la cruda realtà.
Chinaski è esattamente quello che dice di essere: un pigro alcolizzato allergico al futuro. Uno che alla domanda “cosa fai nella vita?” risponde fieramente: “niente”. E che alla domanda “cosa farai in futuro?” altrettanto fieramente risponde: “quello che faccio da sempre”.
Chinaski non ha ambizioni, né progetti. Ha con il tempo un solido rapporto di reciproca indifferenza. Il suo orizzonte più vasto sbatte contro le pareti della camera da letto.
Certo, anche Chinaski si diverte. La sua esistenza ha tre principali serbatoi di adrenalina:
- sesso - scacchi - blog.
Queste sono le uniche attività che riescono a smuoverlo ed eccitarlo (ma solo se accompagnate da un sottofondo costante di cibo e alcool).
Il problema è che da quando Chinaski ha scoperto di essere un blogger di successo, l’ultima di queste attività ha pericolosamente preso il sopravvento.
Ma facciamo un passo indietro.
Chinaski apre un blog nel novembre 2003, su consiglio di un amico culturalmente evoluto.
Le cose vanno più o meno così:
Amico di Chinaski: dovresti aprire un blog.
Chinaski: un che?
Amico di Chinaski: un blog. E’ un sito privato su cui scrivi tutto quello che ti pare.
Chinaski (impegnato a versare nella vodka la giusta dose di lemonsoda): ah. Embè?
Amico di Chinaski: puoi mettere online i tuoi racconti!
Chinaski: …
Amico di Chinaski: avere un mucchio di gente che ti legge!
Chinaski: …
Amico di Chinaski: … avere più figa…
Il giorno dopo, la piattaforma di splinder ospita un nuovo blog, destinato ad avere fama e successo. Ma – ahilui – poca figa. Tuttavia, i nobili valori fondanti del blog di Chinaski rimangono a lungo invariati, finché, finalmente, una vittima arriva.
Ottenuto il suo scopo primario, Chinaski si lancia nell’olimpo delle blogstar, grazie a una tenace e fruttuosa attività di spamming.
Ah, sì. E scrivendo post di qualità.
Oggi Chinaski è un blogger di successo. A dire il vero, possiamo affermare che oggi Chinaski vive di blog.
Questo crea non pochi problemi a chi gli sta intorno.
Per esempio.
Dopo mezz’ora in un ristorante, Chinaski comincia ad agitarsi perché deve tornare a casa e postare. In vacanza, Chinaski non frequenta mai luoghi troppo lontani da una postazione internet. Dopo aver fatto sesso, Chinaski accende il pc per vedere se ci sono nuovi commenti.
Come se non bastasse, Chinaski è anche perdutamente competitivo.
Al telefono:
chew: vado a dormire, ci sentiamo domani.
Chinaski: buonanotte, tesoro.
chew: ‘notte, China.
Chinaski: ah-ehm, tesoro?
chew: dimmi.
Chinaski: è mezzanotte. Ventisette visite più di te, oggi.
What a difference a day makes.
Chissà perché quando muore una persona che conosci, la prima cosa che fai è cercare nella mente il ricordo dell’ultima volta. L’ultima volta che vi siete visti, scritti, parlati.
Come se tutte le volte prima fossero meno importanti.
L’unico ricordo che mandi in loop è quella telefonata per chiedergli un indirizzo, o quella cena al cinese che poi per una settimana hai sognato ravioli di gamberi, o quell’ultimo ciao un po’ frettoloso, ché avevi l’auto in doppia fila.
Tanto poi ci si risente, si prende un caffè con calma, ti passo a trovare in agenzia. Tanto c’è tempo, per i discorsi seri.
E poi – andiamo – lo saprà, che gli voglio bene per davvero.
E adesso che tutti i verbi vanno all’imperfetto, tutto quello che doveva essere sarà solo in potenza. Ascolti chi dice “a lui sarebbe piaciuto”, o “lui avrebbe fatto così”. E invece non ne sai proprio un cazzo, di cosa avrebbe fatto, di cosa avrebbe detto.
Non sai che parole avrebbe scelto, come le avrebbe combinate, con quale frase ti avrebbe salutato, a poterti salutare.
Quella era la sera. La sera che pensavi di avere davanti puntini di sospensione, e invece davanti avevi un punto e basta. Che credevi di voltare pagina e continuare a scrivere, e invece se volti pagina sbatti contro la copertina.
Che un giorno qualcuno ti guarda, scuote la testa e viene a dirti che dopo quella sera rimane solo una parola, corta e cattiva, che ancora non ti va di guardare.
Baby boom.
Di tutte le attività che la condizione umana adulta rende indispensabili ai fini della sopravvivenza (sfornellare viveri precotti o surgelati, appiattire abiti con metallo caldo, spruzzettare liquidi pulenti al mandarino selvatico), quella che reputo più insidiosa è andare a fare la spesa.
I supermercati non sono altro che luna park di cellophane per vecchi e bambini, entrambi resi eccitabili dalla mancanza di sesso.
Io, non avendo questo problema, guardo sempre con sospetto ai contenitori di contenitori. Inizio ad agitarmi già nel parcheggio. Mi avvicino sospettosa. Poi scorgo le fauci scorrevoli e mi prende il panico dell’ebreo ad Auschwitz.
Malauguratamente, c’è sempre qualcuno che mi convince a entrare. Di solito la necessità di nutrirsi è un’ottima argomentazione.
Varco la soglia e mi trovo di fronte decine di corsie al neon, una gamma cromatica che manco alla Marangoni, e mille vocine che cercano suadenti di irretirmi.
Prodotti. Orgasmi in polvere in un’orgia di codici a barre.
Calorie unte o cremose in velate trasparenze; detersivi così efficienti che invece di lavare fanno direttamente da consulente di immagine; biscotti che occhieggiano ammiccando “tarallo goloso…”; cereali tostati, soffiati, ricoperti, ripieni, farciti e laccati.
Ma il peggio – il peggio – è il reparto frutta e verdura. Un vero tempio al rito eretico.
Tasti l’ortaggio con un guantino da ortodontista, lo pesi e gli appiccichi addosso il suo prezzo. E magia! Lo hai trasformato in merce. Sei il Frankenstein dei consumi. Prendi un peperone, lo tocchi e già non è più un peperone, ma un codice 45 reparto 18, un euro e quindici centesimi.
Come fai a non sentirti in colpa? Stai rubando l’innocenza alla natura!
Poi a volte, la natura si prende una rivincita.
Pomeriggio festivo, ipermercato di Città Ospite, reparto frutta.
chinaski: che ne dici di un melone?
chew: rotondo, arancione, pieno di semi.
chinaski: simpatica. Oh, oh! Guarda: e quello cos’è?
Si avvicina a una cassetta colma di palloni da rugby apparentemente commestibili. Sul cartellino: “cocomero baby”.
Il feticista che è in me decide che devo assolutamente mangiarlo.
chew (piagnucolando): me lo compri? Eddai, me lo compri? Eddai, eddai, edd…
chinaski: se serve a farti smettere.
chew: sì, sì!
Prende un sacchetto e ripone gentilmente il piccolo sul fondo. Alza il sacchetto. Il sacchetto si rompe. Baby non si scompone di un centimetro.
Chinaski scompare e poi torna con un sacchetto rinforzato.
chinaski: ok. Adesso io tengo aperto il sacchetto. Tu prendi il cocomero e lo butti dentro.
Prendo un baby, lo alzo sul baratro e lo lascio cadere a peso morto. Io e Chinaski lo osserviamo al ralenti mentre sfonda il sacchetto rinforzato e si schianta sul pavimento, aprendosi un canyon sul fianco.
chinaski: e adesso?
chew: fai finta di niente e avvolgilo. Sii naturale.
Arriviamo alla cassa con aria colpevole, sudando freddo. La cassiera guarda baby, lo fa rotolare sul nastro e lo ripone lieve sul resto della spesa. Sospiriamo e usciamo soddisfatti con baby in braccio.
Appena fuori, troviamo un bidone e lanciamo il botolo con rabbia. Un bidone metallico, completamente vuoto.
Acceleriamo il passo mentre il boato fa accorrere i passanti.
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