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@

 









Chew

 

domenica, 29 agosto 2004


Mangia come parli e morirai di fame.

Io non li ho mai capiti, quelli che passano una vita a fare gli assistenti universitari.

Sì, va bene, adesso qualcuno di voi mi sbrodolerà addosso una lunga lista di nobili motivi: la lunga tradizione dell’ambiente accademico, l’indefesso impegno per il progresso della cultura, i tagliacarte, i buoni pasto per la cotoletta della mensa.

Balle.

Guardiamo in faccia la realtà: l’unico motivo che li spinge ad ammuffire sui libri di un altro e a sbattersi per anni senza avere ricompense, ha due unici, subdoli scopi:

- lo stipendio del loro capo;
- la morte del loro capo.

Basta guardarli, gli assistenti.
Pallidi, gobbi, sciupati. Labbra sottili, capelli arruffati e occhi rossi scavati di nero.
L’ultimo stadio fra l’uomo e Gollum.

Ma poi per alcuni di loro – gli Eletti – arriva il giorno.
Il giorno più bello per un assistente non è quando si sposa o quando scopre che è benigno. E’ quando un uomo vestito da ermellino lo trasforma da Dott. in Prof.

Da quel giorno, gli assistenti iniziano la loro rapida evoluzione. Da larve a figli di puttana.

Aumentano pancia e ego di almeno due taglie, si procurano una segretaria e si iscrivono a un corso serale di comunicazione incomprensibile.

Scrivono libri.

Non che siano in grado di farlo, o che abbiano realmente qualcosa da dire.
Ma possiedono il segreto per venderne migliaia di copie: costringere gli studenti a comprarli.

E’ l’unico motivo per cui oggi sto bestemmiando contro il prof. GS, leggendo frasi che sembrano uscite da uno Scarabeo per dislessici malati di Alzheimer.

E non venite a dirmi che

“le fondamenta dell’inveramento della politica oligarchica per i vertici di coorti manageriali adusi a situazioni di monopsonio s’inverano all’interno di realtà fortemente avvoltolate nell’ambiente capitalistico-borghese”

è una frase che nutre speranza di veicolare un senso.
Questa non è nemmeno una frase. E’ un’arma biochimica.

Chissà, forse la Mondadori stipula clausole segrete con GS prima di pubblicargli un manuale.

“Ok, professore. Stessi accordi di sempre: 50 centesimi a parola, con un bonus di 2 euro per ogni frase incomprensibile e uno di 5 euro per ogni parola composta che superi le venti lettere. Fa da solo o vuole leccare una rana?”

Le conseguenze? Voti da zero a diciotto, aumento della percentuale dei suicidi fra gli studenti, incremento dei push up e delle gonne a fica alta fra le studentesse, fuoricorso che giocano a tris sulla macchina del professore.

Ma io non mi lascio scoraggiare. Ho un piano infallibile: mettere a suo agio il prof. GS, comunicando nel suo linguaggio.
Il mio esame andrà più o meno in questo modo:


prof: quali furono le cause dell’impennata inflazionistico-disoccupazionale nell’economia depressocritica degli ani trenta?

chew: quarantasette.

prof: ah, bene. E mi dica: come si invera l’avvoltolamento del piano Marshall nelle autarchie aristovalorialborghesi di fine secolo?

chew: salamandra al sugo di scampi.


Perché studiare quando è sufficiente essere stupidi?











masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:56 -

venerdì, 27 agosto 2004


Baldoni.

Ho la mia dose di ambizione come gli altri, ma se un potente del giorno ci rifiuta un brevetto o una pensione, che gioia lasciar l'anticamera senza dover ringraziare Monsignore e andar liberamente per le vie colle mani nelle tasche vuote... Ho goduto molto: ringrazio l'Eterno perché ogni anno porta il suo contingente di ragazze nubili e ogni autunno il vino; talvolta dico tra me e me che ho avuto la buona vita di un cane al sole con varie risse e qualche osso da rodere. Eppure mi capita raramente di lasciare un'amante senza quel piccolo sospiro di sollievo dello scolaro che esce da scuola, e credo proprio che sarà un sospiro dello stesso genere quello che emetterò al momento di morire. [M. Yourcenar]

 

 

 

 

 

 

masticato da: chewingumpergliocchi alle 02:59 -

sabato, 21 agosto 2004


Il buco con la merda intorno.

A un certo punto il sole era talmente chiaro che poteva essere luna.

Ogni tanto mi guardo dentro e vedo solo un contenitore vuoto.

Vuoto. Delle canzoni che non so comporre, dei quadri che non so dipingere, delle risate che non so ridere, vuoto delle parole che non so, e che non voglio.

Certe persone, invece, non sono affatto così.
Certe persone sono talmente piene che paiono scoppiare.
Hanno discorsi e storie e posti e ricordi e ma-lo-sai-che-ti-sta-proprio-bene-questo-colore-di-capelli-con-i-tuoi-occhi-poi-è-una-meraviglia.

Però poi gli stimoli che trangugiano, invece di digerirli li vomitano addosso agli altri.
Vivono a bocca piena. Sono ingordi, voraci. Ma bulimici.

E’ così. Ingoiano mondo e sputano storpie sentenze.
Mangiano Dalì e vomitano “quello degli orologi molli”.
Mangiano Praga e vomitano tetti verdi e il ponte Carlo.
Mangiano romanzi e vomitano manuali.
Mangiano Van Gogh e vomitano “quel frocio pazzo che ha dipinto i girasoli e si è tagliato un orecchio”.

Mangiano Bukowski e vomitano “quello lì, che scriveva, beveva e per il resto non faceva un cazzo”.
Uhm.
Effettivamente.

Certo, ogni tanto anche tu ti fingi come loro. Contenitore pieno.
Il mondo in edizione Harmony.
Perché in fondo preferisci l’ipocrisia ai punti interrogativi.

Come dice quel geniale bastardo di scrittore: se non hai una bella storia da raccontare, sei fottuto.
E allora tu ne inventi.
E tu ne inventi di meravigliose.

Il gioco è semplice: nascondi le cose interessanti e allestisci in vetrina quelle finte e belle da vedere.
Le mele buone le mangiano i contadini. I supermercati preferiscono quelle lucide e colorate.

Niente muscoli, niente occhi, niente ossa. Solo epidermide.
Pelle liscia e abbronzata.
Ché fuori prendi il sole, e dentro lo spegni.
Pulisci la camera e sporchi l’anima.

Lo sai, no? Qualunque delizia tu possa mangiare, è sempre merda che farai uscire.
Il mondo, tutto sommato, non è affatto male. E’ dentro di noi che si rovina.

Mentre il sole ti raffredda, mangi proto-merda e vedi intorno solo gente tracimante.
E ti domandi: è solo aria?

Chissà. Forse un giorno ti sentirai pieno.
O forse un giorno si sgonfieranno tutti, al suono di un grosso peto.





















masticato da: chewingumpergliocchi alle 13:04 -

venerdì, 13 agosto 2004


La bomba che scoppia di salute.

Quando l’acqua è torbida, non puoi pulirla senza prima svuotare la boccia.
E non puoi svuotare la boccia senza ammazzare il pesce rosso.

Quel dannato esteta ha avvelenato l’aria di questa città.
Un veleno subdolo, di quelli che ti va di ingoiare.
Di quelli che stai male e ti piace, e ti fermi sempre un po’ più vicino al morirne.

Che stare bene è la cosa che più ti fa star male.
Che vuoi spremerlo fuori, ma non sai piangere, né vomitare.
Che sai solo scrivere, ma di questo no.

Un dolore vigliacco, perché insensato.
Come le sigarette. Non hai un motivo, non capisci perché.
Di certo non provi piacere nel succhiare foglie bruciate da un cilindro di spugna.

Stai male se non smetti perché hai paura.
Stai male se smetti perché hai paura.

E il rimedio è peggio del disagio.
E se chiudi gli occhi non è il sonno, che ti aspetta.
E le persone buone continuano a suonare il campanello, ma tu fai finta di non essere in casa.
Che poi, in fondo è vero. Sei solo la segreteria telefonica di te stesso.

Sai che devi buttarlo fuori, e ti chiedi quando, e come.
Ti chiedi perché una goccia del tuo sangue macchia più dei fiumi di un genocidio.
Ti chiedi  perché la felicità è l’unico obiettivo che fingi di non saper raggiungere.

Pensi a chi ti suggerisce di goderti la vita, e vaffanculo il resto.
E dopo che ci hai provato capisci che tu non sei come loro.
Ché la vita puoi pure godertela, ma il resto a fare in culo non ci va.
Resta sempre là, in agguato.

Perché tu non sei un fottutissimo bicchiere mezzo pieno.
Tu sei pieno tutto, ma di acqua marcia.

Non sei Jack Nicholson che smette di saltare le mattonelle perché incontra Helen Hunt vestita da cameriera.

Non funziona così.
Non c’è redenzione. C’è solo astinenza.
E te la devi pure guadagnare.

Prendi il pesce, lo guardi boccheggiare e corri a svuotare la boccia, a riempirla d’acqua buona.
Quando torni vedi la sua pancia bianca, immobile.

Lo butti nel cesso, tiri l’acqua e vai al luna park a comprarne un altro.





















masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:22 -

martedì, 10 agosto 2004


Prendi questa mano.

Scendo dall’auto parcheggiata nell’unico spazio parcheggiabile di Città Balneare.

Capisco subito che è vicina.
Sento nell’aria il suo odore: gabbia di scimmie ballerine nel giorno di ferie dello spalamerda.
Mi appare alle spalle, con andatura da damigiana tracimante.
Una zingara.

Dondola fino alla distanza minima di sicurezza dall’auto.
Con un abile colpo d’anca gira verso di me la metà superiore del suo corpo, mentre la gonna 10 piani di morbidezza rimane arenata al terreno.

Chiude gli occhi, respira e cerca, a gomitate, di calarsi nella parte.
Quando inizia a parlare pare quasi un’altra. La versione gitana e baffuta della fata Serenella*.
Ostenta capacità medianiche. Oracoleggia.


Zingara (estatica): tu. Tu sei limpida come l’acqua. Quello che dice sei, quello che sei dice. Ma ATTENZIOOONE! Vicino c’hai una perzona che male, ti vuole. Che c’ha invidia per te. Tu sarai molto felice. Due figli, avrai: maschio e femmina. Dammi cinque euro.


Sinceramente ammirata, decido che cose del genere non si vedono tutti i giorni, e le allungo cinquanta centesimi.


Zingara: grazie, grazie. Ti regalo questo.


Prende fra le mani un cornetto dorato e me lo porge solenne, come fosse il sacro Graal del campo nomadi.


Chew: no, grazie.

Zingara: guarda che te lo regalo. Non tiene mica veleno.

Chew (allontanandosi): ehm. No, la ringrazio.

Zingara (rincorrendomi): questo tanta fortuna ti porta.


Mi prende la mano e ci infila il cornetto.
Me ne vado.


Zingara: no, no. Ci vuole offerta. Io non ti posso dare portafortuna per moneta. Serve banconota, per portare fortuna.

Chew: non ho banconote.

Zingara (beffarda): ah ah. Io visto pezzo da cinque euro nel tuo portafogli.


Inizio a correre.
Mi insegue seminando amuleti nel parcheggio.
Faccio dribbling fra una Smart e l’omino del parcheggio, ansimante.
Lei si ferma.
L’ho sfiancata, penso.
Eppure, la sua tozza figura aveva una strana fierezza. Giurerei di averla vista ridere, sotto i baffi.

All’improvviso alza la gonna, gridando “aihataaa-a!”, e fa sgusciare fuori tre nani bulgari vestiti alla marinara.
Si mescolano a vicenda, staccando e attaccando arti snodabili fino a comporre un unico agglomerato a forma di cane Ettore**.

Mentre puntano dritto ai cinque euro nel mio portafogli, tiro fuori dalla borsetta David gnomo e glielo aizzo contro, trafiggendoli uno a uno con il cappello rosso sangue.

La zingara indietreggia. Io mi avvicino e con uno scatto le stacco un capello.
La guardo correre via, urlando spaventata.
Poi corro alla feltrinelli e compro “Il voodoo per tutti: il modo più divertente di giocare con una bambolina.”.


*vedi “Cenerentola”, Walt Disney 1950 (NdA)
**vedi spot Tim (NdC)


























masticato da: chewingumpergliocchi alle 17:08 -

venerdì, 06 agosto 2004


Non parlarmi, che ti sento.

Mia madre è dotata di un meccanismo anti-silenzio.

E’ programmata per fare in modo che mai, in nessuna circostanza trascorrano più di due minuti senza che qualcuno proferisca parola.

Non è roba da poco. Ci sono fior di behaviouristi che avrebbero venduto la propria madre per mettere le mani sulla mia.
E non parlo del fatto che è ancora una bella donna.

Me li immagino, i dottori Pavlov, Skinner e Watson, armati di teorie e di empirismi, tutti a bocca aperta (e salivante al suono di un campanello) che studiano il ripetersi del prodigio.


Pavlov: ok, ora tutti zitti. Burrhus, piantala di giocare coi porcellini d’india e vieni a cronometrare.

Skinner: sì, eccomi. Zero virgola uno, zero virgola due, zero vir…

Watson: idiota, stai contando ad alta voce! Ora corri nella scatola e sparati 30 volt.

Skinner: doh.

Ma c’è un fatto.
Mia madre è del ’54, e nel ’54 la microchirurgia neuronale doveva ancora scoprire un paio di cosette.
Per questo mia madre è difettosa.

Allora non esistevano chip di intelligenza artificiale. Così, il suo congegno anti-silenzio è stato collegato a uno di quei piccoli timer a forma di pomodoro, quelli che usano i parrucchieri quando vai a tingerti i capelli.

E questa falla ha una grave conseguenza: mia madre non riesce a distinguere un silenzio imbarazzante da un silenzio intelligente.
Lei DEVE parlare. E’ un impulso irresistibile.

Io e mio padre cerchiamo da anni un modo per disattivarla, ma non c’è verso.
I medici dicono che l’unica soluzione sarebbe asportarle la testa, ma mio padre si oppone perché teme un calo del desiderio.


Barista: dica.

Mamma: oh. Un caffè, per piacere. Lungo, grazie. E non troppo caldo.

Barista: uhm.

Mamma: e senta: ce l’ha quelle briochine integrali ripiene di miele?

Barista: sono lì, signora.

Mamma: hmm, no. Vede, quelle sono fatte con la pasta sfoglia.

Barista: già.

Mamma: oh, non che non siano buone, ma chissà quanto burro… Ah ah, che le fanno a fare integrali, se poi ci sono tutte le calorie del burro…

Il barista mi guarda, impaurito e sconcertato. Alzo un’occhiata eloquente e lui capisce, poi annuisce solidale.


Mamma: e questa ciambellina? E’ fritta o al forno? Non sarà mica ripiena di nutella? No, perché con questo caldo… E poi volevo qualcosa di piccolo, giusto un boccone…


All’improvviso, io e il barista rimaniamo folgorati dalla stessa illuminazione.


Barista: ma signora, so io cosa ci vuole, per una buongustaia come lei! Una specialità, si fidi.


Sparisce nel retro. Stacca da una palla informe di pastafrolla il corrispettivo di tre brioche, velocemente lo impasta, lo infarcisce di gomma da masticare e con l’abilità di un mastro argillaio lo plasma a forma di dodecagono scaleno. Poi inforna nel microonde.

Torna raggiante e sudato. Tra le mani, la più fragrante, profumata e invogliante brioche che palato abbia conosciuto. Enorme, pastellosa.

Mi strizza l’occhio, e già penso di candidarlo a un nobel per la pace.

Finalmente, usciamo.
I rumori del traffico mi commuovono. Persone che ridono, musicisti che suonano, uccelli che uccellano.
Guardo mia madre, e quasi le voglio bene.
Sorrido, tolgo una spolverata di zucchero a velo dalla punta del suo naso e mi godo il sollievo fugace della sua bocca intenta a masticare, pensando già a cosa cucinare per il pranzo.
















masticato da: chewingumpergliocchi alle 20:10 -

giovedì, 05 agosto 2004


Per quest'anno, non cambiare.

Sei in spiaggia.
Qualche decennio fa, il primo ministro delle cicogne ha guardato la tua grinzosa faccia da neonato e ha scelto per te genitori residenti in località balneare.
E se nasci in una penisola, ce ne sono.
Ma tu oggi sei nella peggior striscia di sabbia leccata dal figlio sporco e sfigato del mar mediterraneo.

Con l’acqua che sbava come un rottweiler in calore.
Con le alghe avanzate dal menu economico del cinese di fronte.
Con la mucillagine (qualunque cosa sia) che, schifata, cerca salvezza facendo pozzanghera nelle piste delle biglie o aggrappandosi disperata a corpi di bagnanti sani.

Tu pensi che almeno ti resta l’atmosfera.
L’aria buona, un tappeto di clessidra rotta, l’eco delle onde.
In fondo, tu sei lì per la poesia.
Tu sbagli.

E’ che dalle mie parti (le mie ex parti) l’inquinamento acustico è lo sport nazionale (insieme al lancio dell’arrosticino).
Abbiamo campane per la raccolta di decibel.


Per esempio.
Tutti i proprietari di stabilimenti balneari soffrono di sindrome da speaker mancato.
Vivono abbracciati a un megafono, con cinque casse e dolby sorround.
Annunciano “sono pronte le pizze”, “Luca al bar”, “c’è da spostare una seat ibiza (che poi è la loro)”, “machebelcastellomarcondirondirondello”.
Fanno “sa, sa”, per controllare che il mare non rovini l’acustica.

Ma non è solo quello.
Senegalesi che tintinnano di collanine made in Busto Arstizio, figli ignoti di Pavarotti che cantano “Cocco bello, cocco fresco”, flaccidi aspiranti muscolosi che dirigono in acqua la sagra dell’adipe, spacciandola per acquagym.

Ma non è questo.
Sono temprata. Anni di mare e zen mi hanno resa forte.
Ho istruito martelletti, trombe di Eustachio e recettori cortecciosi per avere un udito selettivo (dote che mi ha permesso anche di sopravvivere a mia madre).

Ma questo no.
Non ero preparata all’ipotesi di vedere in mare un goffo grasso bambino di sei anni e sentire sua madre gridargli: “Jooordaaan! Esci dall’acqua!”.

Jordan.

Il ’68 ne ha rovinati davvero tanti.



















masticato da: chewingumpergliocchi alle 18:53 -

martedì, 03 agosto 2004


Complimenti: è un blog.

Si trasloca.
Da Blogspot a Splinder.
Ché Splinder “fa comunità”, mi dicono.

E allora un deux trois: rompiamo champagne e battezziamo un nuovo nido di parole.

Rompiamolo, lo champagne, che poi noi si brinda a Negroni e Vodka Lemon.

E mentre bevete, sbirciate pure fra quello che scriveva chewingum, prima di essere chewingum.
Benvenuti, bentornati.

A bientôt.





masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:45 -


16 luglio 2004

Ieri pomeriggio ho passato tre ore a uccidere minuti.

Fare da balia a un ufficio può essere molto eccitante, se hai lavoro da finire, gente intorno che ti fa domande e tamagochi che squillano sul tuo tavolo.

Ieri, no.

Ieri è stata una specie di sfida.
Il gocciolare lentissimo di secondi contro la mia allergia al vuoto.

Ieri è stato tre ore di niente.
Niente da fare, niente da dire, niente da vedere, niente da pensare, niente da leggere, niente di niente di niente di niente.

Pare che la soluzione, in questi casi, sia distrarsi e non pensarci. Ignorare il tempo. Ché più lo conti, meno scorre.

E invece no. Io le volevo straziare, quelle tre ore. Secondo dopo secondo dopo secondo, con il rischio di uscirne a pezzi.

Perché ieri io non ero una nullafacente annoiata in un ufficio vuoto.
Ero quel vecchio del libro.
Quello che per giorni e giorni si trascina dietro il suo pesce enorme. Le murene lo addentano, gli squali lo rosicchiano, ma lui non lo molla.
Non lo molla perché è una sfida. Tra il vecchio e il mare.
E quando cadi in un giochino del genere, te ne fotti della stanchezza, della fame e della rabbia.

E' un’ipnosi di testardaggine, una morfina di ostinazione.

E chissenefrega se poi a riva riporti solo una carcassa spolpata, e hai perso tempo e forze e non ci hai guadagnato nemmeno un bastoncino findus per la cena.

Vaffanculo. Alla fine le ore sono passate. E io non ho saltato nemmeno un minuto. Li ho contati uno a uno, come le pecorelle della buonanotte.
Come tanti soldatini da giustiziare, in fila contro il muro.

15.00 - Bang.
15.01 - Bang.
15.02 - Bang.
...

Tre ore.
Ieri pomeriggio ho ucciso tre ore del mio tempo.
Tanto al processo mi crederanno, quando dirò che è stata legittima difesa.





































masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:29 -


8 luglio 2004

La pioggia a Milano è talmente inquinata che più che piangere, le nuvole sembrano pisciarti addosso.

masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:27 -


30 giugno 2004

Di tutti i modi per catalogare le persone, ce n’è uno davvero infallibile.

In metropolitana, quando il treno sta per partire e il segnale acustico annuncia la chiusura delle porte, le persone si dividono in due categorie.

Il primo insieme comprende quelli che si affrettano per le scale, arraffazzonandosi in goffe falcate, trascinando bambini, gomitando vecchiette, lasciandosi dietro scie di valigette, rotule e sandalini tacchettati.

Arrivano al dunque, di fronte alle soglie della critica linea gialla, sentono il beeeeep minatorio e di colpo si bloccano, rigidi come stuzzicadenti, impalati dalla rassegnazione, sicuri di non farcela.

Lì, davanti alle porte ancora spalancate.
Un paio di secondi, poi i vetri si ermetizzano con uno schiocco, tranciando atomi di aria chiusa.

E loro lì, spalle che si abbattono e guance che si gonfiano e poi si svuotano in uno sbuffo.
Arriveranno in ritardo, fisseranno ansiosi le lancette fino al miraggio del prossimo treno, che – ahiloro – non percorrerà la biforcazione giusta.

E la cosa peggiore – lo sanno bene, i conigli – è che ce l’avrebbero fatta.
Un ultimo passo trasgressore e le avrebbero varcate, quelle porte in chiusura.

Poi c’è l’altra categoria. Quelli che avvertono il treno in ri-partenza sui binari, si affrettano anche loro sulle scale, percorrono uno slalom immaginario di pendolari, supermarchiste dell’ultim’ora e turisti persi fra le cartine patinate, il naso spalmato tra il Duomo e San Babila.

Arrivano in banchina con una buona rincorsa e sentono quel suono di immediata chiusura.
Ma non si fermano. Loro non perdono tempo a riflettere: fanno il salto e si lanciano fra le porte.

E tutti – tutti – ce la fanno.

Qualcuno travolge un passeggero, scusandosi con un sorriso complice, qualcun altro tronca l’inerzia dello slancio finendo contro il reggimano, per poi sistemarsi la cravatta e riacquistare dignità.

I più temerari, addirittura, si incastrano per un attimo fra la plastica sigillante della porta mezza chiusa: spingono, si divincolano dalla presa e sgusciano fra gli sguardi un po’divertiti e un po’ ammirati dei seduti.

E loro, loro li riconosci da quel sorriso.
Il sorriso soddisfatto e beffardo di chi per tutto il giorno si sentirà vincente.

Perché è lì, in quei centesimi di secondi risparmiati, usati per correre e non per pensare, che l’umanità si divide.
Tra chi pensa a come vivere, e chi vive senza starci a pensare.

---

Jerome: “Vuoi sapere come ce l’ho fatta, come sono riuscito a batterti? Continuando a nuotare, ad andare avanti. Non risparmiando mai le forze per tornare indietro”.





































masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:26 -


20 giugno 2004

Treno interregionale. Caldo di mezzogiorno, aria come olio. Densità passeggeri: massima.
Una signora freneticamente gentile sposta la borsa omaggiata dall’ultimo Vanity Fair per farmi sedere.
Prima che possa saccheggiare con i suoi soldatini di frasi fatte i miei ventitre minuti di pace, tiro fuori il libro e fingo di non avere altro scopo nella vita se non quello di finirlo.
Di fronte a me, una ragazza abbronzalampadata e svestita di bianco inforca gli occhiali modello Paola Barale e scherma le sue palpebre chiuse, lasciandosi addormentare dalla cantilena di risaie, prati e rotaie che ipnotizzano i finestrini.

Accanto a lei, una signora.
Vecchia, legge.
Sporgo lo sguardo dal precipizio del mio libro, e scorgo i suoi piedi. Calza sandali ambrati, di certo costosi. Le dita sono rugose e curate, come tutto il resto del corpo.
Risalgo la sua gonna plissettata, la sua posa elegante, le gambe affusolate, raccolte e parallele. Ha residui di bellezza ed eleganza, ma gli strati di giorni sono troppi per definirla ancora una bella donna.

Guardo le sue braccia scoperte, molli e straordinariamente grinzose, bianche e maculate di piccole pozzanghere marrone chiaro.
Lei continua a leggere, e io ne approfitto per osservarla ancora, stavolta in viso.

Rimango incagliata su quei solchi, così indelebili e numerosi che mi coglie all’improvviso la paura del tempo, di come sarò io, se sarò, alla sua età.
Non riesco a trascinare via gli occhi: più mi spaventa il brutto che vedo, più continuo a guardare, cercare dettagli, fissare le rughe e le macchie, i capelli radi e le unghie deboli, le guance cadenti e le palpebre accartocciate.
Come accorgersi per la prima volta che la terra non può smettere di girare, scoprire solo ora che il futuro mi sopravviverà, qualunque sia il mio modo di mettermi in salvo.

E poi succede.
Lei alza gli occhi.
Alza gli occhi proprio mentre contemplo le guerre perse sul suo volto.
Fa tana al mio sguardo, e io ho un sussulto.
Non perché mi ha scoperto, ma per quegli occhi.

Azzurri, grandi, bellissimi.
Da bambina.

Come se un sortilegio avesso succhiato via dal corpo di ventenne l’intera giovinezza e l’avesse concentrata lì, in quei due specchi di vita, nidi di luce, fari del tempo.

Sorrido piano, imbarazzata dalla schiettezza del suo azzurro.
E lei ricambia, con l’orgoglio di chi ha già vissuto le mie paure.































masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:25 -


16 giugno 2003

Il mondo è pieno di folli.

Ma il vero folle non è quello clinicamente riconosciuto, quello strizzato in una camicia di forza e forzato sul divano dello strizzacervelli.

Folle è una persona apparentemente comune, che a vederlo proprio non si direbbe. Lavora, mangia, ha una famiglia.
Ogni tanto, Folle telefona.

Squilla il mio telefono cellulare, che lampeggia sullo schermo il numero chiamante.
Un fisso. Prefisso: 0871.
Chieti.


chew: pronto?

Folle: uhm... Ivo?

chew: scusi?

Folle: c'è Ivo?

chew: no, temo che abbia sbagliato numero.

Folle: sbagliato? No, no, il numero è questo, sono sicuro. Ce l'ho scritto qui.

chew: già. Senta, mi creda: non c'è nessun Ivo, qui.

Folle: beh, io ho fatto il 347.XX.XX.XXX.

chew: sì, è questo numero.

Folle: ah. Allora è quello giusto.

chew: ehm... no. Come le ho già detto, questo numero è MIO, e io non conosco nessun Ivo. Magari ha sbagliato a scrivere.

Folle: no, no. E' lo stesso numero che ho fatto l'ultima volta, e ho parlato con Ivo.

chew: ascolti. Mi sembra davvero improbabile, visto che negli ultimi sei anni ho sempre risposto io, a questo numero.

Folle: ah. Sicura?

chew: sì!

Folle: va bene...

chew: non so che dirle. Mi dispiace.

Folle: oh, non fa niente. Riprovo più tardi.

chew: cosa? Senta, forse non ci siamo capiti. Q-U-E-S-T-O E' I-L M-I-O N-U-M-E-R-O! Le risponderò sempre io, anche se riprova domani, o fra una settimana, o tra un anno. Ha capito, adesso?

Folle (afflitto):oh. Va bene. Ho capito.

chew: ...

Folle: le chiedo scusa. Non volevo disturbarla.

chew: si figuri.


Ho bisogno di un fegato nuovo.





























































masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:23 -


26 maggio 2004

Io non lo so, perché il mio corpo reagisce così alla musica.

Ci sono sere in cui resto a casa a studiare, ma avrei una gran voglia di uscire muovermi ridere ballare. E lo faccio, resto a casa e studio.

Ma il silenzio no, quello non lo posso tollerare. Il silenzio mi distrae. Perciò, accendo lo stereo e faccio partire il mio bravo sottofondo, uno di quelli che si ascolta ma si perde per strada, da qualche parte fra aria e coscienza.

Poi, ogni tanto, ci sono le pause. E nelle pause la musica cambia: nelle pause ho bisogno solo di godere. Prendo gli auricolari, scorro i cd e lascio che tutto si ripeta, lo stesso rituale, infinite volte unico.

Clic.

Cresce, in crescendo, un pianoforte.

Un fluido denso entra nelle orecchie. Inizia a scorrere, a riscaldare la testa e a farmi respirare in sordina, per non muovere le vibrazioni.

Arrivano, limpidi, i versi dei tasti. Entrano come allucinazioni nel terzo occhio dei timpani, e cazzo, giuri di vederli, così perfettamente allineati in successioni imperfette, sbattuti contro le righe dello spartito come il muro un amante, cervello stomaco e occhi in simbiosi con le dita.

Poi senti qualcosa di diverso attraversarti il sangue, come un veleno bastardo di cui ti piacerebbe morire. Arriva al centro e corre verso le periferie. Veloce. Tutte.

E poi.

E poi la voce, in un sibilo. Sferra il colpo di grazia al tuo autocontrollo, ogni volta a tradimento. Si avvicina, viene a sussurrarti: è solo l'inizio.

A questo punto, sai che sei fottuto.
E infatti, eccolo. Parte dal collo uno sciame di nervi, tanti aghi che si intrecciano, si fondono e si sciolgono in un brivido lentissimo, giù giù fino al più remoto pezzetto di percezione.

Non reggo.
Chiudo gli occhi.

Mi succede ogni volta così, con certe cose. Arrivo al culmine e poi mi lascio cadere, giù nel cielo. E non ho le vertigini, non mi gira la testa.
Perché una testa, mentre ascolto, sono proprio sicura di non averla più.































masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:15 -


18 maggio 2004
 
Se ci pensate, non abbiamo fatto altro che costruire protesi per estendere noi stessi. Le racchette, le scale, le pinne, i cannocchiali, le matite, le posate, le unghie finte, i piercing, i tacchi alti e persino le sigarette. Sondiamo la terra e scaviamo il cielo, buchiamo il mare e superiamo le montagne. Sempre più giù e sempre più su.
Come se avessimo un innato bisogno di prolungarci, da quando esistiamo.

Io scrivo.

Prolungo l’anima.






masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:14 -


13 maggio 2004

Facciamo l'inventario.
Oggi come oggi, ho in saccoccia:
 
- parole: da scrivere, leggere, cercare, inventare;
- la stima delle persone a cui va la mia (più la mia per me);
- la febbre dei baci e il riposo degli abbracci;
- la voglia di fare che aumenta la voglia di essere;
- cose iniziate che posso sempre continuare a finire;
- occhi, orecchie, naso, dita e bocca;
- dighe da costruire e dighe da travolgere;
- persone curiose che mi osservano e bussano alla porta;
- persone che si lasciano stupire dai miei trucchetti;
- tutto sommato, entusiasmo.
 
Non male, eh?
 
Ah già, dimenticavo: un demone.
Piccolo spiritello furbo e dispettoso, ben piantato in fondo al fondale del profondo.
Che fa? Mangiucchia. Mordicchia, spilucca o divora quello che trova. Di solito, però, predilige le cose buone.
Un demone buongustaio.
Che ci posso fare? Ce l'ho e me lo tengo: fa parte del pacchetto. Come si dice: o tutto, o niente.
E io, ovviamente, tutto.























masticato da: chewingumpergliocchi alle 21:11 -