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@

 









Chew

 

mercoledì, 15 dicembre 2004


E' autunno: cadono i blog.

Nel poco tempo che dedico a internet in questi giorni, sto notando che non pochi blog hanno assunto pose alquanto statiche: chi scompare, chi rallenta, chi va in ferie, chi ha dubbi blog-esistenziali.

Forse è la stagione, forse sono tutti più indaffarati, più in corsa, più concreti e meno sognatori.
Meno virtuali.
O forse è solo una coincidenza, di quei quattro o cinque link su cui ho puntato il mouse.

Sta di fatto che questo strano morbo pare avermi contagiata.

Quella voglia di dire “Ascolta, per un po’ smettiamo di vederci. Per un po’ restiamo solo amici”.

Ecco, è quello che vorrei dire al mio blog. Che per un po’ dovrò scalarlo nella lista dei miei pensieri, che adesso ai primi posti ci sono altre cose, e io non è che lo lascio qui a cuor leggero, anzi forse mi fa pure un po’ male.

E certo non lo cancello, perché di sicuro a gennaio sarò qui a chiedergli scusa, a voler ricominciare, a fargli la corte come ai vecchi tempi.

Però adesso va così, e chi sono io per incazzarmi.

E se poi ha ragione Succo, che da domani perdo tutti voi lettori, mi spiacerà sicuro, ma così van le cose.

E se invece vi andrà ancora di masticar con gli occhi, allora sapete già dove trovarmi, ché mi conosco, e di scrivere non riesco mai a smettere.

A bientôt.  



masticato da: chewingumpergliocchi alle 17:46 -

mercoledì, 08 dicembre 2004


C'è che in questi giorni sono tutta casa e tesi.

masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:53 -

lunedì, 29 novembre 2004


Ho notato che esiste un momento nella carriera di un blogger in cui non si può fare a meno di scrivere un tipo di post particolarmente in voga: il post fenomenologico.

Il meccanismo è piuttosto semplice: si sceglie una categoria, se ne elencano i rappresentanti e si stila una rassegna delle loro caratteristiche distintive, esagerandole fino al grottesco per mettere in moto il meccanismo comico.

Quei post in cui si scrivono in grassetto i vari idealtipi, separandoli uno a uno da una diligente interlinea e chiamandoli con nomi particolarmente divertenti, siano essi persone, ortaggi o medicine per la tosse.

Per capirci, il genere di post che trovi nel blog di quello lì che comincia per X§ e finisce con §a.

E quindi, visto che anch’io voglio un blog di tendenza, ho deciso di scrivere la mia


Fenomenologia dei candidati a un noto premio tecnico della pubblicità.

Ah ah ah. Vi ho impressionato, eh?

In realtà, le cose stanno così: è successo che il mio capo doveva fare la giuria di questo concorso, però aveva talmente poca voglia che piuttosto restava a casa con un’enterocolite e Alda d’Eusanio.

Allora ci ha mandato me, spacciandomela per un’esperienza fantastica.

Ma questo lo sappiamo solo io e voi, perché da fuori la cosa appare più o meno così:


Amica: oggi pranziamo insieme?

Chew (sbadigliando): uhm… no, oggi non ci sono… Devo fare la giuria del [noto premio pubblicitario]

Amica: ma dai! Figata!


Dicevamo.

Prima di tutto, devo fare una precisazione, riguardo alla composizione della giuria. Nel senso che i giurati, in realtà, sono le stesse persone che vengono premiate.

Nel senso.

I candidati al [noto premio pubblicitario] , già che sono lì, si mettono anche a votare i lavori degli altri. Semplicemente, devono (dovrebbero?) tracciare un simpatico trattino e astenersi dal votare le pubblicità realizzate da loro. Questo solo dopo aver offerto il caffè a tutti quelli seduti vicino.

Per cui, immaginate questo stanzone con tante sedie e persone munite di cartelletta, annual e penna biro, che si scrutano, votano e leccano il culo, tutto contemporaneamente.

Io ero l’unica che non doveva mettere trattini, ché per me è non è ancora tempo di vincere premi.

Così avevo la serenità mentale per fare una tipica carrellata antropologica da blogger.


L’ORGANIZZATORE AGITATO. E’ un concentrato di ogni possibile tic e difetto di pronuncia: ha la erre moscia, la esse stanca e la effe umida. Ha organizzato tutto alla perfezione già da un mese, e accoglie i giurati con sincera commozione, cercando di dimostrare a tutti che, pur essendo un notaio, è perfettamente in grado di organizzare un evento. Dobbiamo tutti cercare di consolarlo quando l’impianto dolby iper mega theatre comprato apposta per l’evento rifiuta di accendersi.

LA SPEAKER FRUSTRATA. Ha circa quarant’anni, e ormai la chiamano solo per le pubblicità del Tena Lady e di Famiglia Cristiana. Ha fondato il Movimento Contro Il Maltrattamento Degli Speaker (MCIMDS). Si lamenta per la scarsa creatività dei creativi e in sala di registrazione litiga con il fonico perché lo spumino del microfono non è abbastanza spumoso. Per sicurezza, gira sempre con un mini mixer nella borsetta.

L’ACCOUNT ELEGANTE. E’ l’unica che sorride. E’ vestita e truccata da account, calza scarpe che vanno contro le leggi della fisica e un maglioncino strategico che mostra l’effetto del push up solo ai potenziali clienti e ai presidenti delle agenzie più grandi della sua. Cerca di attaccare bottone con tutti, scambiando numeri di telefono e bigliettini da visita. Tutte le sere, prima di dormire, recita un passo del suo manuale di relazioni pubbliche.

IL FONICO METALLARO. Lo si riconosce dal tipico effluvio di chi si lava solo a secco. Ha più di cinquant’anni, 70 centimetri di capelli, 5 piercing (di cui uno nascosto) e almeno 9 tatuaggi. Il suo modello di vita è Drugo Lebowski. Da giovane montava l’audio prima dei concerti, poi ha smesso dopo essersi rotto per la sesta volta il crociato.

IL DOPPIATORE DIVO. Si definisce attore in attesa dell’occasione. In realtà, basta guardarlo in faccia per capire che l’occasione giusta non arriverà. Si veste accuratamente con vestiti trasandati, sbagliando gli abbinamenti perché fa molto artista. Si perde in lunghi aneddoti sulle sue ore piccole, le sue sbronze e le sue numerose ex fidanzate, impostando la voce per esaltare le sue capacità recitatorie. In realtà è gay, astemio e quando è da solo si veste Armani.

IL GIOVANE COPY. Ex primo della classe al liceo classico, per anni ha scritto lettere d’amore alla sua insegnante di latino. Ha un gatto di nome Dostoevskij, che tutti in casa chiamano Fuffi. Nella sua agenzia è odiato da tutti: è il primo ad arrivare e l’ultimo a uscire, scrive sempre cinque versioni di ogni frase e presenta le bodycopy su una carta profumata all’essenza di rosa. Ovviamente vince il primo e il secondo premio, poi corre da Feltrinelli a festeggiare.


In chiusura, vorrei precisare che ho inventato tutto: tutti i personaggi descritti sono stati creati dalla mia fantasia.

Quindi, se per caso qualcuno di voi dovesse riconoscersi fra le righe, è pregato di convincersi che non esiste.






masticato da: chewingumpergliocchi alle 12:34 -

martedì, 23 novembre 2004


Ma Pippo Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città.


Quando avevo otto anni, d’inverno, un pappagallino mi si è schiantato sul balcone.

Uno di quelli piccoli e domestici, tutto azzurro con la testa bianca, infreddolito, spaventato e un po’ rincoglionito dall’urto.

“Sarà scappato da una casa del quartiere”, aveva detto mio padre infilandolo in un retino per cavedani.

Da quel giorno, quel batuffoloso esserino entrò a far parte della famiglia. Eravamo tutti stupiti dalla sua intelligenza, di quanto in fretta imparasse a salire sul dito teso, farsi il bagno in una tazzina, bere caffellatte e mangiare biscotti quando facevamo colazione, dire il suo nome, imitare il telefono, volare da noi quando lo chiamavamo.

Per nove anni è stato l’animale domestico perfetto. Ci era venuto il dubbio che fosse un essere umano. O che i pappagalli fossero una razza superiore venuta a dominarci.

Era impossibile non adorarlo.

Così quando è morto, distrutti dal dolore, ne abbiamo subito preso un altro.

Comprato, stavolta.
Siamo andati in un allevamento di pappagalli (si, esistono) e ne abbiamo scelto uno, anche lui azzurrino. Fresco di uovo, così da poterlo ammaestrare sin da uccellino.

Pippo, lo abbiamo chiamato.

Ebbene, Pippo è l’essere vivente (o quasi) più stupido che io abbia mai incontrato.

Tanto per cominciare, non ha mai imparato a stare in piedi. Forse ha un handicap, chi lo sa. Sta di fatto che le sue zampe sono sempre mollemente piegate, così che Pippo cammina strofinando sulla superficie pancia e coda, come una grossa lumaca pennuta.

In più, manco a dirlo, in sei anni nessuno è riuscito a mettere nel suo insulso cervellino una sola parvenza di ammaestrabilità.

Pippo caga dove capita, starnazza come una gallina, scaraventa miglio fino a venti metri di distanza, vola vicino a letali fonti di calore, rischia di annegare ogni volta che si lava e adora cibarsi di oggetti non commestibili.

Inoltre, Pippo ha un altro grosso problema. Sempre a causa della sua menomazione, Pippo ha serie difficoltà nell’attività che invece dovrebbe caratterizzarlo: il volo.

Sarà che è storpio, sarà che la sua pancia sembra quella di un camionista alcolizzato, sarà che le sue lacune cerebrali gli precludono calcoli sulle distanze e le altitudini, ma il punto è che ogni volta che Pippo si slancia (si fa per dire) protendendosi in posizione da decollo, noi dobbiamo fermarlo, per evitare che la morte lo colga sotto forma di parete, spigolo, o cestello della lavastoviglie.

Ma voi capirete, non è facile badare a un volatile stupido.

Così, capita a volte di distrarsi, come è successo quest’estate, e di assistere a uno dei numeri più esilaranti che un uccello possa compiere (almeno finché parliamo di animali).


Pippo si tende nella posizione “freccia nell’arco”.
Mia madre lo vede, ma è troppo tardi.

Madre: Pippo! Nooo!!!

Flap flap…

Madre: vieni qui. Piano… piano…

Flap flap flap flap…

Madre: ecco, bra… No, no… Pippo, non

Flap-flap-flap-flap-flap-flap-flap-flap…

Madre: No, Pippo! Attento al

FLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFLAPFL


Forno.






masticato da: chewingumpergliocchi alle 10:48 -

giovedì, 18 novembre 2004


Non mi guardare, per carità.

E’ da un anno che faccio quella strada tutte le mattine, e lui l’ho visto sempre. Tutti i giorni, anche quando piove, anche d’estate, anche quando tutti gli altri cambiano angolo, o scendono in metropolitana, o fanno di finta di avere un lavoro e di farsi le ferie in famiglia.

Lui, invece, sempre lì.

Avrà nemmeno cinquant’anni. Faccia nordica, accento che potrebbe essere russo. Ovviamente, non ha una gamba. E questo spiega perché ogni mattina lo trovi nello stesso punto a tendere il piattino.

Che a contarli, probabilmente è il sesto elemosinaio che incontri da quando sei uscito di casa. Però lui te lo ricordi, o almeno io sì.

Il fatto è che ha un suo stile. Una certa dignità, anche.
Non cantilena, non si lamenta, non tiene in braccio un cartone con le foto dei figli.
Lui è lì, tutte le mattine, e quando passi ti fa una specie di inchino, ti dice “buongiorno, signorina”, e sorride.

Per qualche mese è andata così: io passavo, lui mi salutava e io ricambiavo. Poi, se avevo qualche spicciolo, glielo davo.
Tanto che alla fine mi riconosceva.


Lui: buongiorno, signorina.

Io: ciao.

Lui: come stai?

Io: bene, grazie.

Lui: buona giornata, signorina.


Tutti i giorni, per almeno sei mesi.

Poi ad agosto vado in vacanza, smetto di fare quella strada.

A settembre, quando torno, succede una cosa strana.
Che io non ho più voglia di passare lì davanti.

Non so bene perché, ma la sua gentilezza all’improvviso ha iniziato a irritarmi.

Immagina di camminare e di avere la luna storta, o di aver dormito male, o semplicemente di avercela col mondo.
Poi giri l’angolo e vedi un uomo senza una gamba che chiede l’elemosina.
E ride.

Beh, non so tu, ma io mi sentivo una merda, a vedere lui così felice mentre io ero incazzata perché il bar aveva finito le brioche al cioccolato.

Morale: ho iniziato a cambiare strada.
Facevo un giro incredibile, tipo quindici minuti invece di due, solo per non sentirmi in colpa quando lui – raggiante – mi avrebbe detto “buongiorno, signorina!”.

Sono andata avanti così per due mesi. Poi però adesso comincia a fare freddo, e non c’è più la scusa di allungare un po’ il percorso per farsi una passeggiata.

Così, ieri sono tornata alla vecchia strada, e alle vecchie abitudini.

Esco dalla metro, e mi dico “massì, chissenefrega”. Giro l’angolo, e da lontano lo vedo. Sempre nello stesso punto, con lo stesso sorriso e lo stesso inchino.

All’improvviso mi prende il panico, vorrei tornare indietro.
Invece mi sposto tutta a sinistra e cerco un passante che mi copra.
Niente.

Cammino guardando a terra, ma lui si avvicina.
Dice: “buongior…”
Poi si ferma.
Dice: “Ah”.

Non ho alzato lo sguardo, ma immagino la sua espressione di delusione, nel vedermi nascondere vigliacca. Quel suo “ah” secco, come un rimprovero, come “ah, guarda chi c’è, quella che fa finta di non conoscermi. Vergogna”.

E ha ragione.
Come potrebbe capire che il mio non è disprezzo ma imbarazzo?

Poi ho pensato che uno di questi giorni potrei trovare in tasca qualche spicciolo e fermarmi.


Io (sorridente): ciao.

Lui: …

Io (avvicinando la moneta): ecco, tieni…

Lui(scuote la testa): no… No, grazie.



















masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:56 -

lunedì, 15 novembre 2004


Scappellamento a destra.

Al contrario di quello che succedeva per le strade, la metropolitana oggi era intasata di persone frettolose, impigliate nelle loro urgenze.

Tutte lì a spintonare, cercare di aggrapparsi, chiedere “permesso, permesso, che devo scendere in Sant’Agostino”.

E Cadorna, al solito, è lo sfogo naturale di questa fiumana in moto perpetuo. Ognuno il suo passo per trascinare la mandria verso la luce, conquistarsi un piede sul gradino della scala mobile, sgusciare talloni dalle scarpe di quello che è davanti.

Che li guardi, ti ci guardi in mezzo, e pensi che niente e nessuno potrebbe fermarli.

Oggi, dicevo, c’era questa ondata frettolosa di metropasseggeri ansiosi di riaffiorare davanti all’ago&filo.

L’autista frena, si aprono le porte, “Cadorna-fermata-Cadorna” e tutti giù, pronti alla maratona, come sul colpo di uno starter.

La banchina ondeggia di teste, cappotti, montoni, borsette, carrozzine. Tutti stretti dentro il collo di un imbuto, che probabilmente se uno sveniva lo schiacciavano sotto il peso degli impegni, e lasciato lì in attesa che Chididovere se ne occupasse.

Poi, circa a metà percorso, vedo che invece tutto il torrente di corpi si sposta su due rive, tipo Mosè che divide le acque.
Solo che non c’era Mosè, e nessuno era svenuto.

Non c’era niente di spettacolare, nessuno fermo a guardare. Semplicemente, le persone arrivavano in quel punto, e si facevano da parte.

Quando sono arrivata anch’io al bivio, ho guardato per terra, e ho visto un cappello. Uno di quei berretti lanosi che qualche anno fa piacevano tanto al dottor Stranamore.
Un cappello grigio, sfuggito dalle mani di un frettoloso infreddolito.

Però, capisci? Il bello è che nessuno voleva calpestarlo. Piuttosto pressavano il vicino, o urtavano le panche. Ma nessun piede finiva su quel cappello.

E non era mica una buccia di banana, che stai attento a non fare la figura di Paperino. Non era nemmeno proprietà di qualcuna di quelle persone. Che ti importa di camminare sopra un pidocchioso cappello che non è tuo?

Forse perché le persone erano tante, sulla banchina, e invece di cappello c’era solo lui. Forse dipende da quello che fanno gli altri. Se tutti si scansano, allora anche tu.

Magari il primo che è sceso dal treno dopo lo ha preso in pieno. Anche apposta, per il gusto del morbido sotto la suola. E allora tutti dietro di lui, ad affondare i tacchi. Bambini, signore, vecchietti. Ché un cappello non dice niente, i piedi in testa se li fa mettere in silenzio.

Però pensavo: se anche solo per due minuti un cappello riesce a imporsi su decine di persone, allora forse siamo ancora troppo vicini alle scimmie, per definirci la forma di vita più evoluta.

Non so, però io ce l’avevo davanti, e mi sono spostata.



masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:07 -

martedì, 09 novembre 2004


It Sims to be real.


Ho sempre avuto una certa attrazione nei confronti dei videogiochi.

Non parlo degli scatoloni plippanti in fila nei bar, quelli col volante incorporato per giocare a ginogino pilotino, o quelli dei mongodraghetti che vomitano bolle e lanciano gridolini con la voce di Garfunkel.

Per dire: io ho iniziato da piccola con un Commodore 64.
Una goduria.

Dovevi impararti a memoria tutti i comandi: LOAD, RUN, RETURN; aspettare almeno dieci minuti per caricare un menu, e altri dieci che il dischetto girasse (il drive andava a mulini a vento) per poi sperare che tutto filasse liscio, senza impallarsi mortalmente per colpa di un pulviscolo (PARATAC – scccrrr – PARATAC – scccrrr – PARATAC).

C’erano quei giochini meravigliosi tipo Mr. Mephisto, Wonder Boy, Maniac Mansion e poi quello bellissimo dove un tizio correva sullo schermo e lasciava cadere uno alla volta gli strati del panino: pane, sottiletta, pane, salame ungherese, pane, formaggio coi buchi, pane, culatello di Zibello, pane, etc., mentre dei minacciosi porri giganti gli correvano dietro cercando di ucciderlo.

Comunque, poi ho smesso.

Il Commodore è stato defenestrato dalle Finestre di Bill Gates, e tutto è diventato più facile, più prevedibile, più noioso.

Adesso il computer è una cosa seria, una cosa da grandi. Chi vuole giocare ora deve comprarsi una PlayStation, o un X-Box, o un criceto russo.

Però poi è successo che un mio amico mi ha dato un cd, e dentro c’era The Sims.

Funziona così: tu ti inventi dei personaggi, gli costruisci una casa, gliela arredi, gli trovi un lavoro e ti gestisci i loro soldi. Poi resti a guardare.

Osservi la spazzatura che dopo un’ora sprigiona pixel di puzza, guardi le piantine che si seccano se non chiami il giardiniere, e se sei fortunato una di queste notti ci scappa pure il ladro che cerca di fotterti la tv al plasma.

Ovviamente, i tuoi omini hanno anche dei sentimenti: devono divertirsi, riposarsi, socializzare, innamorarsi, studiare, andare in palestra, farsi il bagno, farsi la doccia, farsi la vicina…

Cinque giorni c’ho passato, davanti a quegli omuncoli iperattivi.

Poi ho smesso, perché mi è venuto in mente che stavo diventando peggio di quelli che comprano Stream per guardare 24 ore di Grande Fratello.


- Si è svegliato Vito?
- No, dorme ancora. Ma Mariadele sta già facendo colazione.
- Davvero? Con quale marca di biscotti?
- Scema, lo sai che è a dieta. Solo gallette e succo di pompelmo, da 13 giorni.
- Sì, ma così non fa gradimento… Va là che giovedì la Mariateresa me la nomina…


Così ho smesso, dicevo.

Ma una cosa mi è rimasta, di quel giochino voyeristico.

Gli omini avevano dei rettangolini, sopra la testa. Come le colonnine del termometro, però colorate.
E queste colonnine indicavano il loro status: fame, sonno, noia, amicizia…

Si alzavano e si abbassavano a seconda di quello che facevano: andavano a dormire e la mattina dopo il riposo era al massimo, parlavano col vicino e saliva l’amicizia, facevano i pesi e aumentava l’autostima, ma scendeva il riposo.

E così via.

Beh. Il fatto è che da quando ho scoperto questa cosa, non riesco più a liberarmene.

Tutte le attività della mia giornata mi appaiono come giochini a punti, che fanno salire o scendere i miei livelli caratteriali.

Vivo con una colonnina di status sopra la testa.


Tipo: vado da Jean Louis David ed esco coi capelli viola.
- 20 punti.

Il mio fidanzato mi regala una rosa alta come un bambino.
+ 50 punti.

Mia madre mi telefona.
- 30 punti.

Il cameriere mi porta olive verdi giganti insieme al Gin Tonic.
+ 40 punti.

Il mio capo mi dà la busta paga.
+ 70.

Apro la busta.
- 120.

















masticato da: chewingumpergliocchi alle 13:03 -

giovedì, 04 novembre 2004


L’eterno mascolino.


Nel mio ufficio non ci sono donne.

Oggi un’illuminazione di passaggio mi ha rivelato che l’unanime virilità di questa stanza è la risposta a un sacco di domande che non mi sono mai posta, prioritaria.

Parlo di tutta una serie di mutazioni che ho sperimentato nei dieci mesi che sono qui ad assorbire testosteroni.

Per esempio, l’abbigliamento.

Nei primi mesi lavoravo fieramente femmina in tubini attillati, gonnine fru-fru e stivali appuntati col temperamatite. Se proprio volevo sembrare trasandata, mi vestivo da segretaria.

Poi c’era il maquillage: palpebre sfavillanti, labbra lucenti e ciglia lunghissime, che se facevo un occhiolino, a Trieste c’era bora per tre giorni.

E i capelli! Boccolosi che manco un puttino di Michelangelo e soffici come una tortina paradiso.

Mi sembra ancora di vedermi, a ticchettare sorridente, fotocopiare compita, brieffare suadente.

Poi, il declino.

Le unghie sono state le prime ad essere sacrificate, ché ogni volta per scrivere dieci righe ci mettevo quattro ore.

Da lì è partito il progressivo, ineluttabile abbruttimento.

Per svegliarmi più tardi ho detto addio a belletti, ombretti, rossetti e boccoletti.

Subito dopo è toccato ai tacchi, ché non mi andava ogni giorno di sfilarmi da tutti i fottuti sanpietrini di foro Bonaparte.

Cambiano le scarpe, e con loro i vestiti.
Che adesso io e il mio capo potremmo fare a cambio, e nessuno lo noterebbe.

Addio postura, ovviamente. Niente gambina accavallata, ma un unico blocco ad angolo ottuso infossato nella poltrona, o ingobbito sulla tastiera.
Niente più mignolino svettante dal bicchiere, anzi, niente più bicchiere, ma bocca incollata al collo di bottiglia.

Ho iniziato a ridere sguaiatamente, dormire accasciata sulla scrivania, sbadigliare a trentadue denti, ammatassarmi i capelli con l’elastico degli esecutivi e parlare come si addice a un bravo carpentiere ateo della Cappadocia.

Ma soprattutto, addio minuscoli tupperware infarciti di carni anemiche o depresse insalatine.

Questo è il passaggio più snaturante della mia insita condizione di donna.

Per dire: oggi sono stata dagli account della porta accanto. La porta account, diciamo.

Tutte donne. Sfortunatamente, donne in pausa pranzo.


Magretta: mi passi due granelli di non-sale per condire i pomodorini biologici?

Graciluccia: sì, tieni. Vuoi assaggiare i miei broccoletti ripieni di potassio e crema antirughe?

Fragilina: ciao, Chew! E’ da un po’ che non ti si vede! (sventola una zucchina in filigrana)

Chew: già.

Magretta: pranzi con noi? Se non sbaglio c’è un cuore di carciofo in piu. Puoi anche mangiarlo tutto.

Chew: no, ti ringrazio. Pranzo con Abrif.

Graciluccia (bloccandomi sulla porta): e comunque, ti trovo in forma…


Esco chiedendomi a quale forma si riferisse.

Dieci minuti dopo sono l’unica donna al mio tavolo. Il tavolo di Burger King.
Passo la mano su una goccia d’olio all’angolo della bocca, la lecco e per la prima volta penso seriamente all’ipotesi di licenziarmi.







masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:40 -

martedì, 02 novembre 2004


A me mi non si dice ma però è più meglio.


La nostra società non è basata sul lavoro.
Non è basata sulla famiglia, né tantomeno sulla Chiesa cattolica.

La nostra società è basata sullo studio.

Non fai in tempo a nascere che già ti infilano un grembiule e ti inculcano sulla schiena uno zaino scoliotico con dentro tutto il peso del futuro.

E’ l’inizio: da lì partono anni anni anni anni anni di voti, righelli, temi, esami, libri usati, banchi scomodi e derivate, che se ci penso ancora mi sento male.

E intanto le tue spalle si curvano, e i tuoi occhi si consumano.

Alle medie c’è un residuo anarchico che insinua: passa la terza, e vaffanculo scuola dell’obbligo.

Ma poi che fai? Passi una vita a sentirti ignorante?
Tutti si aspettano che tu prenda un diploma. Almeno quello, dai.

E ti spari altri cinque anni. Così, d’inerzia.

Ma poi che liberazione, il giorno che esci dall’orale di maturità e te ne vai raggiante con un dito medio bello dritto nella tasca.

Ah, no. Stavolta non ci casco. Son mica scema.
Basta così, grazie.

Sì, eh? Prova a lavorare per un anno.

Ormai la laurea tutti la vogliono e tutti la cercano.
E se Laura non c’è, al massimo vai a fare la commessa viaggiatrice o la signorina della Telecom, quella del “se desidera parlare con un operatore digiti 7”.

Niente di male, ci mancherebbe.

Ma quando qualcuno ha distribuito i caratteri, a te è capitata quella bella, ingombrante dose di ambizione, e va a finire che un giorno la diplomata si ritrova a discutere con la sua coscienza.


Coscienza: ehi, dì un po’. Sei proprio sicura di voler passare tutta la vita a vendere spazzole?

Tu: Cosa? Chi sei? E poi io non vendo spazzole!

Coscienza:certo, certo. Eppure io lo so che non sei contenta…

Tu (piagnucolando): no, non è vero.

Coscienza (comprensiva): su, avanti. A me puoi dirlo…

Tu: beh, a dire il vero…

Coscienza: a-ah! Lo sapevo! Tu sei infelice! Sei insoddisfatta del tuo lavoro, vivi in una città che odi, non hai mai imparato a guidare e hai pure un molare cariato!

Tu: ma che ca… Senti, ma vedi un po’ dove…

Coscienza: ok, ok. Scusa. Dimmi cosa ti piacerebbe fare.

Tu: beh… Mi piace scrivere…

Coscienza: bene. Senti qua: adesso ti colleghi a Internet e ti cerchi una bella università che ti perm

Tu: università? Io? Ah ah. No guarda, ti sbagli di grosso. Non ho proprio inten


L’anno dopo abiti svariati chilometri più a nord, e ti ritrovi a scongelare cibo precotto la sera prima del primo esame.

Primo di una serie interminabile.

Così interminabile che a –20 cominci il conto alla rovescia, senza considerare che ne hai dati solo cinque.

E dopo tre anni, più povera fuori e non proprio milionaria dentro, succede.

L’ultimo esame.

Superato.

L’ultimo.

Ultimo davvero, questa volta.

Sei al settimo cielo. Telefoni ai parenti, mandi e-mail ai professori del liceo, porti i pasticcini in ufficio.

Poi ti rilassi, sorridi e – con una punta di commozione – pensi a quello che ti dicevano i tuoi amici laureati, e che tu negavi sempre.

Dicevano: “Vedrai, adesso non vedi l’ora di finire, ma poi ti mancherà l’idea di aprire libri, seguire lezioni, dare esami”.

“Macché!”, commentavi ogni volta.

E loro a insistere: “Vedrai, vedrai…”.


Beh, una cosa vorrei dire a quelle persone, adesso che ho finito per davvero.

 

Col cazzo, che mi manca.









masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:57 -

sabato, 30 ottobre 2004


Comprate il mio Grazie.

Settimana scorsa ero alla Feltrinelli a vedere Pennac.

Ecco. Già questo.

Vai a vedere uno scrittore.

Uno scrittore si legge. Al massimo gli si scrive.
Ma che senso ha per lui farsi vedere?

Come fa uno che è famoso perché scrive a intrattenere cinquanta persone andate per “vederlo”?

Che fa lì, in bella mostra sul palco? Prende carta e penna e comincia a scarabocchiare virtuosismi parolai inventati sul momento? Si mette a improvvisare l’inizio di un romanzo, o un piccolo racconto per celebrare la serata?

Che senso ha, guardare uno scrittore?

Beh, comunque io sono andata a vedere Pennac.

E Pennac, siccome è abituato che la gente gli occhi li fissa sulle sue frasi, e non sulla sua faccia, si è portato dietro Claudio Bisio.

Uno da guardare.

Tanto che alla fine ci s’è messo pure lui, Pennac, a guardarlo.
Ci ha dato le spalle, s’è appoggiato al suo muro e s’è tolto dalla vista, per guardare il suo libro letto da un altro.

Ora, questa cosa del libro.

Lui l’ha chiamato “Grazie”, ma quello che c’è dentro è tutta negazione del titolo.
Dentro leggi di uno che sta su un palco, gli danno un premio, ma poi lui proprio non ha voglia, di ringraziare gli sconosciuti che gliel’hanno dato.

Dice che dobbiamo smetterla, di lanciare grazie ai pincopalli come fossero noccioline per le scimmie.


- come stai?
- bene, grazie.

- faccio due etti?
- sì, grazie.

- la sua macchina è in divieto di sosta. Devo multarla.
- oh sì, grazie.


Un giorno un lettore di Pennac si avvicina a Pennac, e lo ringrazia.

Pennac: grazie di che?

Lettore: di aver scritto quel romanzo. Grazie.

Beh, lui lo ha disprezzato, quell’ammiratore estasiato.
Perché leggere – dice – è una questione di solitudini.

La solitudine di chi legge che incontra la solitudine di chi ha scritto.
Non esistono lettore e scrittore.
Solo parole lette e parole scritte. In solitudine, ognuno con i suoi interessi.

Beh, tutto questo per dire che il giorno prima Pennac era a Genova.

Stesso giro, stessi discorsi, stesso Bisio che si fa guardare.

Solo che a Genova, dopo due ore di lettura, di disprezzo per i grazie, di libro sul tizio che si smarona per un premio, dopo tutta questa crociata di Pennac che si gira l’Europa per dire quanto odia queste cose – dopo tutto questo – a Genova, un assessore sale sul palco, stringe la mano al nemico giurato della gratitudine, e gli consegna un premio.

Un premio, come nel libro.

Vallo a capire, cosa gli è passato per la testa a quello che ha deciso di dare quel premio proprio a quello scrittore, proprio per quel libro.

Magari non l’ha manco letto, quel “Grazie”. Ha visto il titolo e ha pensato fosse per lui, per tutti i lettori, un omaggio lusingato e commosso che meritava di certo un “prego”.

O magari era questione d’urgenza, di farlo allora, o mai più.


Consigliere: signor assessore, ci sarebbe questo premio… Dovevamo darlo a Pennac già l’anno scorso, ma era prima delle elezioni e la vecchia giunta ha deciso che era meglio la Tamaro…

Assessore: è un cazzo di problema, Fido. Proprio adesso che ha scritto quel libro… Non vorrei rendermi ridicolo…

Consigliere: ma Sire, quando ci ricapita Pennac proprio qui, proprio a Genova? Magari non viene più, smette di scrivere, o magari muore, chi lo sa?

Assessore: ma sì, va’. Ormai la targhetta l’abbiamo fatta. Vorrai mica sprecarla, quella è laccata d’oro…


Ma a me invece piace pensare che fossero tutti consapevoli. Tutti tranne Pennac.

Una specie di scherzo, come dire: “Ah sì, eh? Vediamo se c’hai il coraggio di fare il cafone. Vediamo come te la cavi, se al posto della penna in mano ti mettiamo davvero un premio.
Vediamo se sei sul serio così stronzo come dici, o se un “grazie” a noi ce lo concedi.”

Così, sottovoce…
Appena un bisbiglio…
















masticato da: chewingumpergliocchi alle 13:59 -

martedì, 26 ottobre 2004


Colpo di fulmine. (scritto da Chinaski77)

È stato un colpo di fulmine, questo è sicuro.
Io e Chewingum camminiamo lungo una corsia di un ipermercato, e a un certo punto lei si blocca, io mi blocco. Quei suoi occhi color grigio-verde-azzurro-acqua si bagnano di emozione, e la bocca si apre impercettibilmente.
Io mi guardo attorno spaventato, cercando il motivo di tale sgomento.
E lo vedo, il motivo.
Rudolph.
Una renna di peluche natalizia, in tutta la sua bruttezza.
Grassa, infeltrita, impagliata in una posa plastica assolutamente ridicola.
Costa otto euro, ed è chiaro a tutto il mondo che si tratta di un furto vergognoso.
Ma non a Chewingum, evidentemente.
Si fionda intenerita tendendo le braccia, prende Rudolph e lo mostra:

Chew: guardalo! Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto?
Chinaski: no.
Chew: ma senti quanto è paffuta!
Chinaski: è una renna cicciona.

“Renna cicciona”, per un qualche motivo psicologicamente oscuro, fa saltare l’ultima resistenza.

Chew: la voglio.

Io cerco disperatamente di convincerla che quella stupida, piccola, renna sintetica, probabilmente è anche tossica. Chewingum non mi ascolta, e nel frattempo le preme un bollino rosso sulla pancia.
Parte una versione isterica di Jingle bells, irritante come una zanzara notturna.

Chew: una volta comprata, potremmo aprirla e togliere la suoneria.

Pur gongolando all’idea di sventrare l’animale posticcio, rimango perentorio, e costringo Chewingum a posare la renna.

Durante il ritorno, in macchina, Chewingum sembra avvilita. Andiamo a cena e non beve, non mangia.
Per tutto il tempo, non proferisce parola, tranne “renna”. E “cicciona”.

Impietosito, decido di proporle un patto.
Se dopo una settimana vorrà ancora la sua renna cicciona, allora torneremo a comprarla.
Da lì, parte il conto alla rovescia.
Non passa giorno senza che Chewingum mi ricordi almeno una volta la mia promessa.
Almeno una volta, per dire una ventina.

Sabato mi compri la renna? Sabato mi compri la renna? Sabato i compri la renna? Sabato mi…

Sabato torniamo al supermercato, e le compro la dannata renna.

Ora, non so quanto tempo abbia. Un paio di settimane, forse. Se ne sta sempre sul comodino in bella mostra, o sul tavolo, o sul frigorifero.
Ogni volta che Chewingum la vede, corre a coccolarla.
E le parla.
Fanno lunghi monologhi infarciti di lallazioni.
Ogni tanto, la renna suona.

Ecco, cara Chewingum. Ti ho scritto queste righe perché ritengo sia arrivato il momento di dirti una cosa.
Qualche giorno fa, stavo fumando una sigaretta. Avevo il posacenere lì accanto, vicino a Rudolph.
Voglio dire…
E’ stato un incidente.
Posando la sigaretta, ho sfiorato la renna con la brace.
Tu non hai idea di quanto bruci in fretta, un renna sintetica.
Così, approfittando della tua assenza, mi sono fatto quei 75 chilometri buoni, e sono andato a comprartene un’altra, identica.
Capirai la mia soddisfazione, vedendo che non ti sei accorta della differenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 






























masticato da: chewingumpergliocchi alle 11:21 -

mercoledì, 20 ottobre 2004


Le parole che non ti ho mai detto.


In non so quale Paese antantartico scavato nei ghiacci, si parla una lingua che contempla sei diversi modi per dire “neve”.
Una parola per “neve fresca”, una per “neve quasi sciolta”, una per “neve quasi sciolta ma che se domani fa freddo torna solida”, eccetera.

Ora – sempre pensando ai sei modi per dire neve – chiudete gli occhi e immaginate di avere in mano un dizionario italiano dei sinonimi e dei contrari.
Un piccolo, insignificante cubo tascabile che pesa al massimo quanto un criceto russo.
Riuscite a vederlo?

Bene.

Ora vi chiedo un altro piccolo esercizio di immaginazione.
Sempre a occhi chiusi, fate finta per un attimo di essere dei copywriter.

(N.B. Un copywriter – o copy, per chi è trendy – è l’unità minima e infima di quel presunto complotto che è la pubblicità. Per la precisione, il copywriter si occupa di mettere insieme testi, frasi, titoli di annunci. Tiene a bada le parole, insomma. Che non si allontanino troppo dalle immagini.)

Dicevamo: immaginate di essere un copy.

Per facilitarvi il compito, vi offro una spaccato di real life.

L’ultima volta che avete visto i vostri parenti, a metà della cena – fra il pollo al forno e i carciofini in pastella – vostra zia vi ha chiesto: “Dai, spiegaci un po’: qual è esattamente il tuo lavoro?”.

Improvvisamente, il boccone che avete in bocca diventa durissimo.
Tutta la tavolata vi guarda, sorridente e curiosa, mentre quel maledetto avverbio, quell’”esattamente”, vi fa l’effetto di un’incudine in bilico sopra la vostra testa.

Mandate giù – rumorosamente – e mormorate: “Pubblicità. Faccio pubblicità”.

“Ma che bello!”, si esalta la zia.

“Ma io non ti ho mai vista in tivù”, ribatte scettica la cugina.

Sentite da lontano rumore di tsunami.


Voi (sapete che è arrivato quel momento): beh. Non è che vado in televisione a fare pubblicità. Quelli sono attori.

Cugina: e allora?

Nonna: fai i disegni dei cartelloni?


I “disegni” dei “cartelloni”.
Questo è sufficiente per uccidere un art.

E a quel punto, avete due opzioni.

La prima: rispondere che voi SCRIVETE la pubblicità. Sentirvi sciorinare altre sei dozzine di domandone alle quali rispondere pazientemente, mentre il vostro pollo è resuscitato nel piatto per scappare a Ibiza e Pippo il cane ha mangiato l’ultima fetta di torta. La vostra.

La seconda ipotesi.


Voi: non è esatto, nonna. (Vi avvicinate cingendole le spalle con un braccio). Vedi, il mio lavoro consiste nell’elaborare payoff, headline e bodycopy, facendo brainstorming con un art director, basandomi sul brief che mi consegna l’account e restando fedele alla brand image e alla brand positioning del cliente.

“Cliente” è l’unica parola comprensibile per il vostro uditorio, e vi rammaricate di non averne trovato un sinonimo in pubblicitese.

Tornate a sedere e addentate soddisfatti il vostro pollo, nell’imbarazzante silenzio generale.


Bene. Ora aprite gli occhi.

Vi sentite un pochino più frustrati, vero?

Molto bene.

Allora ripensate ai lapponi che dicono “neve” in sei modi diversi.

Pensate di essere nel vostro ufficio pubblicitario, con un foglio word tracimante di frasi che da due settimane si sforzano di generare tutte le possibili varianti dei concetti BONTA’ e CONVENIENZA.

E ora ditemi: perché diamine nella nostra fottutissima lingua consumista esistono così poche parole per dire la stessa cosa?


Capo copy: allora, quei titoli? Hai trovato nuove alternative?

Chew: a dire il vero, sì. Pensavo a: “Supermercati ElleCorta: i prodotti più sgnaps ai prezzi più ciaps.”













masticato da: chewingumpergliocchi alle 12:10 -

venerdì, 15 ottobre 2004


Se non hai nulla da scrivere, scrivi del nulla.


Certe mattine sembrano fatte apposta per mettere parole fra te e il mondo.

Hai tanta voglia di vederle che le vedi, diafane nell’aria del dopopioggia, pulviscoli di senso che evaporano dalle cose cui appartengono, ma sempre troppo lontano dalla tua ispirazione.

Ti scivolano dalle dita come perline di mercurio, trattengono il loro nome come fosse un segreto appallottolato nella pancia.

Neve che cade, cade e non attecchisce. Che non fai in tempo a vederla morire che quella già non è più.
E la goccia che lascia non è più bianca, e non è più neve.

Quando hai tanta voglia di scrivere che vorresti inventarti tu il tuo alfabeto, scrivere pagine e pagine di ideogrammi nuovi, combinare linee e curve e punti e suoni che nessuno saprà mai leggere, nemmeno tu.
Ma che però sono bellissimi.

Quando hai l’anima in paralisi, che vorresti dire e non hai voce, correre e non hai gambe, suonare e non hai tasti.

Così tanta voglia che non puoi fare a meno di incazzarti, spingere, incastrare, accoppiare lettere con rabbia, forzare frasi in matrimoni senza amore.

Conti i quadratini della tastiera, e ti chiedi come facevi le altre volte, come facevi a creare tanto senso usando così pochi segni.

E allora via, cerchi il resto. Cerchi quello che vuoi dire negli interstizi, nei buchi fra un tasto e l’altro, ché magari il tuo scrivere c’è caduto in mezzo, mentre eri distratto.

Quand’è così, bisognerebbe avere il buon gusto di lasciar stare, di lasciar dormire quello che è in letargo. Di fare autocritica e ammettere che davvero non c’hai un cazzo da dire, anche se muori dalla voglia.

E invece, come ogni volta, ci ricaschi.
Scrivere di niente si può scrivere, per carità. Ma il brutto è che il niente, in quanto niente, è infinito.

Puoi prenderlo in un punto qualsiasi ma non sai mai dove inizia, né dove finisce.

Devi essere brusco, prendere le forbici e tagliare il filo a caso.

ZAC! E lì cominci.
ZAC! E lì ti fermi.






masticato da: chewingumpergliocchi alle 11:46 -

martedì, 12 ottobre 2004


Avanti, Malaussène. Sia un buon capro.


La pioggia non serve a coprire le lacrime, come mi dicevano da bambina.
La pioggia è il modo che ha la terra di scaricare su di noi la sua rabbia.

Ma se non sei il cielo, scaricare rabbia non è così facile.
Oh sì, sarebbe bello, premere un bottone e defecare frustrazione, premerne un altro e pisciare rimpianti liquidi, o vomitare i rimorsi sullo stomaco.

Avere un termostato di aggressività, che tira giù nel cesso tutto il brutto dell’anima.

Ma no. Noi non possiamo piovere.

Nei libri di Pennac il protagonista è sempre un certo Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio.
Va in giro a prendersi le colpe, a piagnucolare scuse come balsamo per i nervi degli altri, a schiacciare i bottoni di sfogo di tutti i rabbiosi.

E’ questo, il suo lavoro: recipiente di malumori. Masochista, ma efficace.

Ebbene, io penso che dovremmo tutti avere un Malaussène interno. Un bacino ben arginato per mettere in quarantena il veleno, per continuare noi a fischiettare e innaffiare di limpido il resto delle ore.

Oppure.
C’è chi prova con i Malaussène esterni, quelli di passaggio.
Fare sgambetti agli ignoti, umiliarli o strigliarli, prendere bene la mira della piaga e rigirarci per benino le unghie.

Come dire.
Svegliarsi, andare in strada e.

E allora fottiti, vecchia decrepita che mi cammini davanti e mi fai perdere giri di lancetta. Stattene a casa a imputridire su una sedia a due ruote, se non sei più capace di vivere.

Si fotta il traffico di trombettisti trombaioli, tutti in fila a darsi calci in culo per arrivare prima in un posto che non vorrebbero mai raggiungere. Muovetevi, muovete le ossa sformate di lardo e la cellulite che vi ostruisce il cervello, e raggiungete la vostra Atlantide di naftalina.

Vai a farti fottere, puzzoso pezzente che tendi mani verso i sensi di colpa, che violenti un violino come se stessi grattando grana padano. Fanculo te e ai mocciosi che ti attacchi ai polpacci. Sei una famiglia povera? Piantala di usare preservativi bucati.

Si fotta il vicino, il condominio, la città, si fotta l’umanità intera.

Vi piacerebbe, eh?
Picchiare a sangue tutti i Malaussène ignari che incontrate per strada.

Niente da fare.

Ché Malaussène esiste apposta per farvi uscire fuori la pietà, l’insapido insapore di prendersela con chi è più debole.

Siamo onesti: prendiamocela con quelli della nostra stazza.
Prendiamocela con noi.


Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita.

Dalle casette a schiera di Astoria agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alphabet City alle case di pietra di Park Slope e a quelle a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare. Che gli incendi la distruggano. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi.

No, no. In culo a te, Montgomery Brogan.
Avevi tutto e l'hai buttato via, brutto testa di cazzo.












masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:00 -

venerdì, 08 ottobre 2004


Nel nome del padre, del figlio e dello stinco di santo.

In seguito al recentissimo successo editoriale di papa GP2, il vaticano ha deciso di rilanciare l’immagine della chiesa cattolica.
Secondo un’indagine Nielsen, infatti, quasi l’80% della popolazione italiana giudica il cristianesimo “fuori moda” e “decisamente poco cool”.

“E’ tempo di dare una svolta alla nostra brand image”, ha affermato ieri in conferenza stampa il direttore marketing del Vaticano, “i dati parlano chiaro: bibbia, carità e buoni propositi non sono più strategicamente efficaci come una volta. Serve un posizionamento più in linea con i nuovi gusti del cliente”.

Così, pare che la Congregazione si sia rivolta a un autorevole team di pubblicitari ed esperti di comunicazione.
Alcune delle proposte avanzate sono state subito scartate dal cardinale Martino, che si è dichiarato fermamente contrario all’uso di divani in pelle nelle chiese e di Oro Saiwa al posto dell’ostia sacra.

Anche l’idea di sponsorizzare l’abbigliamento ecclesiastico utilizzando la collezione primavera-estate di Roberto Cavalli si è scontrata con il disappunto del clero, che sostiene di non avere l’età né il fisico per celebrare messa in panta-jazz.

Per adesso, quindi, il gruppo di comunicazione strategica di Sua Santità si è limitato a puntare sui nuovi mezzi di comunicazione, diffondendo una versione beta di un semplice questionario, disponibile online sul blog di Sua Eminenza.

Si tratta di una form interattiva che mette alla prova la fede del fruitore, giudicando la gravità dei peccati e assolvendo i meritevoli, con una prescrizione personalizzata delle penitenze necessarie alla redenzione.

Eccone una demo in anteprima.

 

1) Hai mai ucciso il prossimo, figliolo?

a. Mai. (vai alla domanda 2)
b. Solo una volta, ma era proprio uno stronzo. (vai alla domanda 7)
c. Sì, e ne è valsa la pena. (vai alla domanda 8)


2) Hai mai rubato?

a. Perdindirindina, no! (vai alla domanda 3)
b. Da piccolo, un pacchetto di caramelle all’emporio di mio zio. (vai alla domanda 7)
c. Sì, ma ringraziando il cielo i conti in Svizzera mi coprono il culo. (vai alla domanda 8)


3) Hai mai desiderato la donna d’altri?

a. No, ho osservato castità fino al matrimonio e sono sempre stato fedele a mia moglie. (vai alla domanda 4)
b. Sì, ma ogni volta mi chiudevo in bagno per resistere alla tentazione. (vai alla domanda 7)
c. Mi sono fatto ripetutamente la moglie di mio fratello, e già che c’ero, pure sua figlia undicenne. (vai alla domanda 8)


4) Hai mai espresso pensieri razzisti?

a. Giammai: il vangelo insegna che dobbiamo amarci tutti come fratelli. (vai alla domanda 5)
b. No. Pensa che il tizio che mi ha tatuato la svastica era negro. (vai alla domanda 8)


5) Dici spesso bugie?

a. Ogni tanto, ma poi corro a rimediare. (vai alla domanda 6)
b. Porco quel bastardo, no! (vai alla domanda 8)


6) Da quanto tempo non ti confessi?

a. Dalla santa messa di domenica scorsa. (vai alla domanda 7)
b. Da qualche mese. (vai alla domanda 7)
c. E chi lo sa? Avrò avuto otto anni. (vai alla domanda 8)


7) Ti penti dei tuoi peccati, figliolo?

a. Moltissimo, nonostante le tre ore di cilicio. (vai alla domanda 8)
b. E’ così importante? Ma sì, dai. (vai alla domanda 8)
c. Mai, piuttosto brucio all’inferno. Ah ah ah. (vai alla domanda 8)


8) Cosa pensi del nuovo libro di Sua Santità?

a. Intimista e avvincente, ne ho già prese tre copie da regalare a Natale. (PROFILO A)
b. Stavo giusto andando a comprarlo. (PROFILO B)
c. Mai letto, e non ho intenzione di farlo. (PROFILO C)

 

PROFILO A
Hmm… Troppo perfetto per essere credibile. Rifai da capo il test, questa volta senza barare. E non sbirciare le soluzioni.

PROFILO B
Hai commesso degli errori, ma la tua chiesa professa il perdono e vuole riportare al grande gregge le sue pecorelle smarrite. Per essere assolto, recita tre Padre Nostro e corri in libreria ad acquistare il nuovo libro di Giovanni Paolo II.

PROFILO C
Mi dispiace: cambia religione o saremo costretti a bruciarti vivo.



























masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:10 -

martedì, 05 ottobre 2004


La quiete durante la tempesta.
Attenzione: post speculare.


Ho ventitre anni.
A diciannove sono andata via dalla città carnivora che mi ha dato da mangiare. Ho lasciato un mare d’acqua per un mare di vita.
Mi sono trasferita nella succursale italiana del sogno americano, portandomi dietro il mio ego e un retino per farfalle.

Sono stata diversi personaggi di Walt Disney: la Sirenetta che lascia il mare per muoversi con le sue gambe, Cenerentola che lavora per partecipare al grande ballo, Biancaneve che si perde e si rifugia dagli autoctoni, Alice che si meraviglia per la fretta del Coniglio e la pazzia del Cappellaio.

Adesso tocca alla Bella Addormentata.

Ho dato esami con la foga della laurea, e a sei mesi dalla fine non ho più voglia di finire. Ho fatto uno stage per diventare junior, per diventare senior, per diventare ricca. Ma nel baratto del Metropoli il mio tempo libero non vale il Parco della Vittoria, così sto ferma un turno e chiudo le trattative con lo stacanovismo.

Ho preso la rincorsa, ma non per arrivare in cima. Mi piace correre.

Come all’ippodromo, con i cavalli golosi che galoppano per una carota appesa davanti agli occhi. Io la mia carota non ho voglia di mangiarla. Mi basta averla davanti, sapere che esiste.
Finché quella carota sarà un buon motivo per correre, farò di tutto per non raggiungerla.

Come quel libro che divori le pagine e arrivato alle ultime prendi parole col contagocce. L’ultimo sorso di vino che indugia alle soglie della gola, l’ultimo boccone di torta che lasci sciogliere sul palato, l’ultimo bacio prima del mattino, che sciacqua la voglia e sa già un po’ di ricordo.

Non c’è fretta, non c’è calma.
Voglio correre piano, turbinare nel vortice con le pantofole ai piedi e una tazza di tè in mano. Rubare gli istanti nel mezzo, quelli tra un’azione e l’altra, sminuzzando il tornado in istanti di immobilità.

Un fermo immagine della velocità.

Ché la carota, a mangiarla, poi non c’è più gusto.


Un uomo cammina sotto una pioggia battente. Tiene in mano un ombrello, chiuso.
Un tizio lo vede e gli dice: "Ehi, ma perché non apri l'ombrello? Non vedi che sta diluviando?".
L'uomo lo guarda e risponde: "Lo vedo. Ma non mi piace essere al limite delle mie possibilità".










masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:44 -

venerdì, 01 ottobre 2004


Il mio computer ruba i post alle blogstar per darli ai poveri.


Se avete un blog, e siete davanti al computer con l’intenzione di scrivere, non leggete mai i post degli altri prima di aver messo online il vostro.

Scoprireste che tutto quello che avevate in mente è già stato scritto da un altro, esattamente cinque minuti fa e in un modo più originale e divertente del vostro.

Oggi avevo deciso di annoiarvi parlandovi del mio rapporto con le scarpe, in particolar modo dell’odio-amore che nutro nei confronti dei tacchi a spillo.

Entro fischiettando in ufficio, mi sgranchisco le dita pregustando il ticchettìo dei tasti e assaporo il dolce piacere di chi sta per immergersi in una piccola passione.

Poi mi dico, ignara dei rischi: “quasi quasi, mentre aspetto che il mac a vapore apra a spallate la finestra di word, do un’occhiata al blog di ***”.

Clicco e scopro che *** ieri pomeriggio ha postato il mio post.
Il MIO post sui tacchi a spillo. Scritto da dio, per di più.

Delusa e affranta (e un po’ incazzata), tento di consolarmi con il fugace palliativo di uno shinystat. Cliccando a caso sulle opzioni, capito nella sezione “siti di provenienza e chiavi di ricerca”.

L’opzione POST_MODE_ON si attiva nei miei labirinti mentali, appena scopro che qualcuno è arrivato sul mio blog mentre era alla ricerca di:

- “calorie bastoncino findus” Dipende. Li cuoci o li mangi surgelati?
- “costruire binari contro vibrazioni” Auguri. Se ce la fai, potresti usarli per tutto il tragitto del 2 da casa mia al Duomo? Grazie.
- “frasi fatte per salutare chi va in pensione” Prova con “coraggio, ancora qualche anno e potrai tirare le cuoia”.
- “sagra della fica” Cos’è, un piatto tipico? “A luglio, sagra della fica e della patata. I piselli non sono ammessi”.
- “ho gli occhi” Oh, davvero? Posso toccarli?
- “modi per mettere le unghie finte perfettamente” Unghie finte? Nah. Meglio un trapianto di falangette.
- “fica de zingara” Ognuno ha i suoi gusti. Non perderti la sagra!
- “udito rimedio no protesi” Vai in farmacia e chiedi una scatola di cotton fioc.
- “campane che suonano nelle orecchie” A festa o a lutto?
- “ho ucciso i conigli” Bene. Adesso tagliali e tienili in forno per venti minuti.

Ma che ci crediate o no, proprio mentre medito di scrivere un post sulle chiavi di ricerca, vado a spiluccare un blog a caso dall’aggregator, e capisco che non era un caso proprio per niente.

Indovinate un po’ cosa ho trovato?
Uno spassoso post sulle chiavi di ricerca. Tutte più insensate e divertenti delle mie.


Nel frattempo, nel cervello di Chew…

Emisfero destro: diamoci una mossa, che ho voglia di scviveve.

Emisfero sinistro: e non rompere i coglioni. Sei bravo, tu: tutto il giorno a non fare un cazzo e darti arie da artista mentre io mi faccio il culo a ragionare, calcolare, concretizzare…

Emisfero destro: uff… cevto che sei pvopvio noioso… E pensa, e vagiona, e vazionalizza… Dovvesti vilassavti, godevti la vita…

Emisfero sinistro: e certo. Pensa pure a spassartela. A te l’alcol, a te le canne, a te tutti gli ormoni di prima scelta. Ma alla fine sono io che porto avanti la scatola cranica.

Corteccia: calma, ragazzi, calma. Eddai, non litigate.

Emisfero sinistro: è stato lui a cominciare. E poi non è colpa mia se tutto quello che gli viene in mente fa schifo. Guardi qui che roba.

Corteccia: hmm, questo è un bel problema. Bisogna farsi venire in mente qualcosa. Del resto, è pur sempre il nostro lavoro.

Emisfero sinistro: già.

Emisfero destro: …

Emisfero sinistro: …

Corteccia: …

Neurone di passaggio: ehi, se andate avanti così ci ammazzate tutti in un colpo! Dov’è il problema? Non sapete cosa scrivere? Andate sui blog degli altri, prendete le idee migliori e poi scrivete un post facendo finta di averle avute prima voi.

Emisfero sinistro: geniale…

Corteccia: grazie, ragazzo!

Neurone: prego, capo. Dovere.














masticato da: chewingumpergliocchi alle 12:16 -

giovedì, 30 settembre 2004


L'eterno ritorno non sale mai sul treno.

Quella volta che vuoi a tutti i costi la Barbie Fiori di Pesco, e tua madre ti dice di no perché costa troppo e poi perché ne hai già diciotto, di Barbie, e usi sempre le stesse due.

Smetti di insistere, metti il broncio e pensi che un giorno te la farai regalare da qualcun altro e ci giocherai tutti i giorni, pure se poi ti stufi, per dimostrarle che sbaglia.

Il giorno che confessi alla tua prima cotta adolescenziale che sei pazza di lui e che vuoi a tutti i costi essere la sua ragazza, e lui ti dice di no perché Michela gliel’ha chiesto prima di te e perché ha le tette più grosse delle tue.

Lo mandi a cagare, attacchi il telefono e pensi che quando andranno via i brufoli e quei cinque chili in più tornerai da lui, bellissima e inarrivabile, e gli farai rimpiangere di averti rifiutata.

Il giorno che quella di italiano ti mette sei meno al tema migliore della tua carriera scolastica perché hai chiacchierato con Laura tutto il mese, così impari a stare zitta mentre lei spiega la differenza tra veristi e naturalisti.

La guardi rossa di impotenza, e nei tuoi occhi si legge che un giorno scriverai per mestiere, per telefonarle e dirle che evidentemente quella che si sbagliava non eri tu.

Il giorno che tua madre ti dice che il lavoro che hai scelto è al di sotto delle tue capacità, che dovevi fare un’università seria e scegliere un lavoro serio, come Ludovica che al liceo prendeva meno di te e invece adesso fa odontoiatria e da grande guadagnerà un patrimonio. Che il lavoro è lavoro: non deve piacerti, solo farti guadagnare. E più ti fa guadagnare, meglio è.

Tu non hai più voglia di spiegarle che non vuoi fare come fa lei, passare la vita a incidere tacche sui giorni da qui alla pensione. Pensi solo a quando diventerai direttore creativo, e le sventolerai davanti una busta paga che non è umida di lacrime, né sanguinante di rimorsi.

Quel giorno, il giorno del giudizio, quando tu sarai il dio che scatena gli angeli della vendetta, sciogliendo in rivincita gli orgogli incriccati e il dolore sotto sale.
Il giorno in cui ti chiederanno scusa, ammetteranno che avevi ragione, si mortificheranno di averti mortificato.


Beh, quel giorno non esiste.

Il tempo va avanti, e quel momento pure. Si ferma solo per te, che fai progetti per il passato, si fissa nel tuo album di polaroid sovraesposte alla rabbia. Ma per tutti gli altri è solo uno dei tanti, identico al precedente, uguale al successivo.

Magari vivi anni interi per riscattare qualche secondo, passato per tutti tranne che per te.
Però la vita non è un VHS. Non puoi riavvolgerla, metterla in pausa, mandarla avanti in forward o registrarci sopra un altro film.

Dopo vent’anni entri in un negozio per comprare un cavatappi, e ti trovi davanti un intero scaffale di Barbie da collezione.
C’è anche la tua Fiori di Pesco. Ancora incartata, spumosa di chiffon e sorridente di immortalità.

Lei, che non è più lei.
Perché tu non sei più tu.
Perché adesso lo hai capito.

Che non puoi sovrapporre.
Non puoi stipulare mutui con il futuro.
Non puoi lanciare indietro il presente, ringiovanirlo e darlo in pasto al passato.









masticato da: chewingumpergliocchi alle 00:06 -

martedì, 28 settembre 2004


L’anima epilettica del commercio.


I commessi di Foot Locker sono giocosamente modificati.

Vengono designati con cura ancora prima di nascere. I genitori più adatti a generare il CdFL sono selezionati e sottoposti a una rigida serie di test, per essere certi di assemblare lo spermatozoo più guizzante con l’ovulo più mordace.

Durante la gravidanza, la gestante viene scrupolosamente stimolata, nonché sottoposta ad apposite terapie psicotelluriche, atte ad accentuare l’insita esuberanza dell’embrione.

Ogni giorno le vengono somministrate due ore di filmati preparatori: videoclip dei Gipsy Kings, corti amatoriali girati da eroinomani, tutte le puntate di Art Attack, riprese non-stop di Coccoluto live e, per chiudere, dieci minuti di Gioca Juer e trenino di capodanno.

In sala parto, l’ostetrica è un ex giocatore di rugby, e le infermiere sono tutte figlie di Hulk Hogan.

Il bimbo cresce in apposite scuole che lo educano all’iperattività, organizzando maratone di elettroencefalogrammi come saggio di fine anno.
Al liceo, le pagelle sono un’analisi medica dei livelli di adrenalina e seratonina, con un bonus per tutti gli studenti positivi all’anti-doping.

Per non avere cali di energia durante il sonno, prima di andare a dormire i CdFL si somministrano corroboranti scariche di defibrillatore, e appena svegli fanno tre volte bunjee jumping dall’attico al marciapiedi sotto casa, per iniziare con grinta la giornata.

Bevono solo caffè corretto al Redbull, condiscono ogni pietanza con tabasco e salsa chili, e frequentano un numero di ragazze compreso tra 12 e infinito, per riuscire a soddisfare la loro prorompente vitalità.

Costanza, rigore e un pizzico di stupefacenti: è questo il segreto della loro perenne festosità.


Vedi in vetrina da Foot Locker un paio di scarpe che potresti prendere seriamente in considerazione. Un po’ timoroso, decidi di entrare.

Il negozio sembra vuoto. Ti dirigi con circospezione verso il collage di articoli sportivi, quando all’improvviso cadi nella sua trappola.

Un commesso, strategicamente nascosto dietro le tute acetate dell’Adidas, esce dall’imboscata e ti sorprende a ore dodici, facendoti sobbalzare.


CdFL (scodinzolando): EHI, CIAOOO! (I CdFL parlano sempre in maiuscolo.)

Chew: ehm. Ciao.

CdFL: ALLORA! DIMMI UN PO’! COME POSSO AIUTARTI? CERCAVI SCARPE? TUTE? CALZINI DI SPUGNA? BARRETTE ENERGETICHE? HAI VISTO CHE SCONTI SUI POLSINI DA TENNISTA?

Chew: no, io… Avevo visto quelle Puma ne

CdFL: RE CON IL BAFFO BIANCO! PEEEEERFETTO! CHE NUMERO HAI? TE LE PRENDO SUBITO SUBITINO SUBITISSIMO!

Chew: tren

CdFL: TASETTE, GIUSTO? EH EH, CHE GRAZIOSO, PICCOLO PIEDINO CHE HAI! STARANNO PROPRIO BENE QUELLE PUMA SUL TUO PIEDINO!

Chew(indietreggiando): già.


Sparisce in un vortice di polvere di stelle e riaffiora dal magazzino con l’espressione di una vedova calabra.


CdFL(inconsolabile): senti… le ho finite.

Chew(intenerita): ma no, dai, non preo

CdFL: CCUPARMI? MA NO! MI SONO PERMESSO DI PORTARTI SU ALTRE 20-30 SCARPE. E ANCHE UN FANTASTICO FELPINO ROSA.

Chew: odio il rosa. E poi siamo a luglio. Senti, sei molto gentile, ma ora devo andare.

CdFL: NONONONONO! GUARDA, TI OFFRO UN BICCHIERE DI OTTIMO GATORADE AL MANDARANCIO.

Chew(si allontana): …

CdFL: TI FACCIO UN MASSAGGIO AROMATERAPICO AI MALLEOLI!

Chew(esce dal negozio): …

CdFL (urlando in strada): PRENDI ALMENO IL MIO NUMERO DI TELEFONO!







masticato da: chewingumpergliocchi alle 12:18 -

venerdì, 24 settembre 2004


La mala educaciòn.


Ridere della mia università è da vigliacchi.

Non perché sarà lei a cingermi di alloro e infondermi l’aura della laurea, non perché ci ho investito dentro giornate e buste paga, non per sputare nel piattume dove mangio, insomma.

Ridere della mia università è da vigliacchi perché non richiede il minimo sforzo.

Come giocare a scacchi con una Velina, rubare la salamella a un bambino o prendere in giro Giorgio Mastrota.
Non si fa. Non c’è gusto.

Però oggi succede che torno in Uniavversità dopo un bel po’, e mi accorgo che va sempre peggio.

La mia università ha sei piani di scale mobili, che arrivata al secondo ti guardi in giro cercando il reparto intimo donna.

La mia università un giorno si è svegliata e ha sbattuto fuori un onesto libraio per mettere nel suo ufficio una stazione radio, che trasmette solo canzoni di Syria e Tiziano Ferro.

La mia università ha regalato una laurea a Lucio Dalla, una cattedra a Supplizio Costanzo e d’estate paga Joe T. Vannelli per farsi una pista dove farci ballare.

I corridoi della mia università sono la versione al coperto di Montenapoleone, ma con i manichini in movimento.
Una volta ho visto in aula una ragazza che solo con le scarpe ci pagavi due anni di mutuo. A rubarle tutti i vestiti potevi anche scappare in Svizzera e vivere di rendita.

Agli appelli trovi Letterine mute che non sanno un’acca, PR che chiedono un 18 in cambio del pass per il depravé dell’Hollywood, professori che fanno origami con banconote che tu potrai avere solo tra anni di inflazione.

E poi c’è quella perenne atmosfera da happy hour.
Una specie di ingenua spensieratezza, che ti sembrerebbe normale andare in mensa e trovarci dentro Puffo Golosone, o l’intero cast di Happy Days.

Praticamente, la versione trendy del regno di Oz.


Strada che costeggia l’università.
Una Smart rallenta di fianco alla ragazza che mi cammina davanti.
Il finestrino si abbassa.


Studentessa nella Smart (urlando): PUTTANAAA!!!

Studentessa a piedi (si gira, urlando): STRONZAAA!!!

Studentessa nella Smart : che cazzo ci fai qui?

Studentessa a piedi : minchia, ho passato economia. Vado a registrare.

Studentessa nella Smart : sali, che ti do un passaggio. Sei proprio una troia.










masticato da: chewingumpergliocchi alle 15:42 -

mercoledì, 22 settembre 2004


Il mondo è sempre in forma.


Gli uomini sono fatti per le linee rette.

Cammini sul marciapiede di punta, in pieno happy hour di lavoratori patinati. Giacca, cravatta e 24 ore di sovraproduzione.

Segui la corrente di un torrente a due corsie, e scopri che nessuna spalla si sfiora, nessuna borsa si struscia, nessun braccio si scontra.

Ognuno è diligentemente allineato nella sua traiettoria, equilibrio funambolo sul filo immaginario della linea casa-ufficio, o ufficio-casa, o ufficio-ufficio.

Che ti viene voglia di fargli uno scherzo. Scattare all’improvviso sull’asfalto del vicino e costringere tutti a scalare di un posto, accavallando vite, sfasando mete.

E poi.

Pianifichi anni come frecce verso il bersaglio; spari missili di promesse per la guerra fredda del futuro; attacchi alle giornate un navigatore satellitare, e all’occorrenza lasci tutto al pilota automatico.

Sottolinei un libro, e già i tuoi occhi vedono un millimetro più in là della grafite. Già sai dove andrà a finire il tuo scaffale di parole, quali sorreggere e quali far penzolare nel vuoto di un’interlinea.

Usiamo squadre e righelli, e quasi mai compassi.

Ché le curve in auto e le onde ci fanno vomitare, ché nessuna mano sa rotondeggiare un cerchio perfettamente rotondo, ché la testa gira mica a caso, ché il bilancio si fa quadrare, il ventre lo si vuole piatto e il fisico strizzato in una linea invidiabile.

E’ che a volte ci farebbe comodo, un mondo a scacchiera.
Dove ognuno deve muoversi secondo il suo ruolo, ognuno può occupare una casella alla volta, e senza doverla spartire con nessuno.

Un mondo così, in balìa delle regole. Senza l’ansia di scegliere, né l’obbligo di pensare.

Senza accorgersi che l’uomo è parallelepipedo, ma il suo destino è fatto a sfera.
Ti svegli la mattina, prendi un pennarello e ricalchi ignaro il tuo contorno spezzettato.

Vita= (anno x anno) x 3,14.




masticato da: chewingumpergliocchi alle 16:09 -

venerdì, 17 settembre 2004


Se rinasco Totti mi iscrivo al Cepu.


Più di cinquanta studenti trasudanti terrore ammassati in una stretta aula al sapore di yogurt scaduto.

Trascinando spensierati i loro tre quarti d’ora di ritardo, entrano finalmente i due assistenti.

Appaiono alla porta guardandoci con l’occhio del macellaio davanti a un raduno di cerbiatti, brutti e trasandati, entrambi incattiviti da anni di subordinazione servile.

Una cosa subito mi è chiara: su nessuno dei due la mia scollatura strategica potrà mai sortire effetti.
Non posso corromperli. Non prima di essere stata a Casablanca, almeno.

Il primo, il Peloia, è una copia unta di Bruno Vespa. Solo, vestito peggio.
L’altro, il Tartaglia, è un balbuziente alto un metro e novanta. O almeno, sarebbe alto un metro e novanta, se non fosse che anni di sudditanza lo hanno ripiegato su se stesso come un tramezzino.

Nella lista sono la numero due.

La ragazza prima di me si siede, e dopo 2,5 minuti è in lacrime.
Peloia la guarda impassibile, non fosse per quell’impercettibile movimento che gli curva in su gli angoli della bocca, specchio di uno sguaiato ghigno interiore.

Lo immagino mangiare bambini in un costumino di latex borchiato, mentre con un frustino procura piacere all’amico gobbuto.

Poi sento il mio nome.

Il Pelota mi vede alzare e si sfrega le mani. Già sente nelle orecchie il dolce suono dei miei singulti.

Mi siedo.

Lui sfodera la sua migliore espressione arcigna, e dice solo:

“le banche miste”.

Zac.
Ora lo immagino lanciacoltelli in un circo, per il solo gusto di usare la modella come puntaspilli.


Chew: le banche miste appaiono con la nascita in Italia delle prime imprese. Si caratterizzano per

Peloia: imprese? Aziende, industrie o imprese?


Ma porcozio, dov’è il problema? Ti serve un otorino?

- come ti chiami?
- Giovanni.
- hmm. Giovanni? Sicuro? Ernesto, Giuseppe o Giovanni?


Chew: imprese.

Peloia: sì, continui.

Chew: dicevo. Le banche miste appaiono con la nascita in Italia delle prime IMPRESE e si diff…

Peloia: cioè precisamente quando?


Ma cristiddio! Cos’è, hai le emorroidi al sistema nervoso?


Chew (sconcertata): beh, fine ottocento - inizi novecento.

Peloia: fine ottocento o inizi novecento?


Mi arriva da lontano la sigla di SuperMike.


Chew: fine ottocento.

Peloia: un po’ di più.

Chew: inizi novecento?

Peloia: un po’ meno.

Chew: 1880.

Peloia: di più.

Chew: 1890.

Peloia: ancora un po’.

Chew: …

Peloia: la data esatta è 1891, signorina.


Non ho parole.


Peloia: ma passiamo oltre. Mi parli di Luigi Einaudi.


Il primo ministro dei miei neuroni afferra velocemente l’Enciclopedia Universale della mia conoscenza, accarezzando con l’altra mano il pulsante per l’autodistruzione.

Faccio l’inventario e mi configuro l’unico pensiero mai cogitato a proposito.
La frase è: “non è necesario che studi la parte su Einaudi”.

Doh.

Sono alla frutta. Peggio. Sono al digerstetz del giorno dopo.

Poi, improvvisa, l’illuminazione.

Appare in una nuvoletta il faccino della mia amica Chiara B., che un giorno mi parlò del noto fanatismo politico di Peloia.

Mi giro, e vedo un eskimo poggiato sulla sua sedia. Immagino nel suo portafogli la tessera del partito e icone votive di Che, Mao e un proletario qualunque.

Ce l’ho in pugno.


Chew: beh, la politica di Einaudi fu importante soprattutto come rimedio ai G R A V I S S I M I D A N N I causati dalla passata politica fascista…

Peloia si illumina e mi fa continuare, beandosi per mezz’ora del mio opportunismo.

Poi mi ferma e pronuncia un numero.

Prendo il mio libretto, mi alzo soddisfatta.
Ho vinto.

Peloia 4 – Chewingum 26.





















masticato da: chewingumpergliocchi alle 12:39 -

martedì, 14 settembre 2004


A tempo perso.

Il mattino luccica nelle pozzanghere, sentenziandone la morte per evaporazione.

Lui pigia il pulsante della sveglia con la mano pesante di routine, proprio mentre l’Altro, lassù, combina il fattaccio.

(L’Altro non è proprio Dio, o un dio. Però la maiuscola gliela devo. Perché comunque sta lassù, intreccia i gomitoli del tempo e fa tutte quelle cose che di solito fa un dio. Ma siccome l’imperfezione non si addice a una divinità, e l’Altro è tutt’altro che perfetto, allora beh.)

Lui biascica un’occhiata al sole, ciabatta in bagno, si lava distrattamente e poi sciacqua via ogni residuo onirico della sua notte corta.

Si infila la camicia blu sfilata dalla collezione di camicie blu.
Colore aziendale. Moda dittatoriale, regime cromatico.
Sempre lo stesso tono, tutti i giorni tranne uno dai trentatre anni che guida autobus per il comune.

Si infila la camicia sfilata dal suo monocromo armadio e inizia ad abbottonarla. E arrivato in cima, si accorge di aver saltato un’asola. Risulta chiaro, infatti, che Bottone Due si è illecitamente accoppiato con Asola Tre, generando un perverso scambio di coppie sul suo petto.

Ma la cosa strana per davvero è che proprio mentre lui gracchia un’originale bestemmia, l’Altro si distrae, intreccia i fili e commette lo stesso errore. Salta un anello della catena.

Se ne accorge subito, che ha sfasato la trama. Sgrana gli occhi e pensa che il Capo si sarebbe davvero arrabbiato, se solo un Capo esistesse.
Meccanicamente è lo stesso errore. Solo che nel secondo caso le asole sono ore e i bottoni sono vite.

E adesso la vita di lui è completamente sconquassata. E che può fare l’Altro? Interrompere tutto per fermarsi a disfare la maglia?
Troppo tardi: ormai la cerniera del tempo si è assestata.

Tutto irrimediabilmente incongruente.
Porco io, pensa il non-dio del tempo.

E allora lui adesso viaggia in controtempo.
A dire il vero, non credendo nelle coincidenze, lui si accorge subito che c’è qualcosa di storto.
Ma non avrebbe mai capito che quel qualcosa era lui.
Non per ora, almeno.

Prima di tutto, quella rincoglionita della sua vicina di casa.
“Ancora tutto quel chiasso, signor Roland? Lo sa che io ho bisogno di riposare. Tutto quel rumore, tutte le notti…”
“Buona giornata anche a lei, signora Lembard. Non mangi limoni già a quest’ora.”
“Eh?”

Se la lascia dietro, con quella sua scia di naftalina e gli occhiali da nonna papera appuntati sul flosciume delle gote.

“Ma quando si decide a crepare, quella vecchia avvizzita?” pensa.

Clank.












masticato da: chewingumpergliocchi alle 10:43 -

venerdì, 10 settembre 2004


Trademark.


Sony Ericsson mi sveglia alle sette e mezzo.
Scosto Bassetti, mi siedo su Permaflex e infilo due De Fonseca.
In bagno strofino Oral B con sopra un po’ di AZ.
Sento in cucina il richiamo di Bialetti, che si fa scaldare su un trono infuocato di Ariston e AEM.
Verso Lavazza e Dietor nella Ginori, poi aggiungo Parmalat e faccio tuffare un paio di Mulino Bianco.
Fa freddino: sopra Diesel infilo Benetton e poi Levi’s.
Sector sostiene che è già tardi, così muovo Puma & Puma giù in strada, e salgo al volo su ATM.
Al lavoro, Mac raccoglie idee, mentre Telecom continua a distrarmi.
Mangio Spizzico e Algida, poi torno a poltrire su IKEA imbrattando Moleskine con Bic e Tratto Pen.
E’ già sera quando mi ritrovo davanti Absolut e Lemonsoda, aspirando Philip Morris e stuzzicando qualche Saclà.
A casa accendo Olidata ed esploro il WWW con Microsoft e Alice.
Prima di dormire, l’aroma di un Twining’s e il diletto di un Durex.
Poi spengo Thomson, chiudo gli occhi e sogno Valtur.

masticato da: chewingumpergliocchi alle 17:22 -

martedì, 07 settembre 2004


E poi ci troveremo come blogstar.


Il vero problema di Chinaski è che è davvero Chinaski.

Quello che scrive di sé, della sua vita e dei suoi amici non è un’invenzione letteraria, ma la cruda realtà.

Chinaski è esattamente quello che dice di essere: un pigro alcolizzato allergico al futuro.
Uno che alla domanda “cosa fai nella vita?” risponde fieramente: “niente”.
E che alla domanda “cosa farai in futuro?” altrettanto fieramente risponde: “quello che faccio da sempre”.

Chinaski non ha ambizioni, né progetti. Ha con il tempo un solido rapporto di reciproca indifferenza. Il suo orizzonte più vasto sbatte contro le pareti della camera da letto.

Certo, anche Chinaski si diverte.
La sua esistenza ha tre principali serbatoi di adrenalina:

- sesso
- scacchi
- blog.

Queste sono le uniche attività che riescono a smuoverlo ed eccitarlo (ma solo se accompagnate da un sottofondo costante di cibo e alcool).

Il problema è che da quando Chinaski ha scoperto di essere un blog